Sette storie per non dormire: Telecom Italia


In una serie di articoli dedicata alla distruzione del nostro patrimonio di imprese non poteva mancare una trattazione dedicata a Telecom Italia, una grande azienda che nell’ultimo trentennio è stata resa oggetto di ripetuti assalti, che l’hanno ridotta al fantasma di se stessa.

Telecom Italia era stata costituita nel 1994, fondendo le diverse aziende dell'IRI attive nella telefonia. All’epoca si era ormai insediata ai vertici del sistema partitico una nuova classe dirigente, allineata ai voleri dei più forti rappresentanti del potere economico, nazionale e anche straniero, ragion per cui questa operazione non ebbe quale fine il potenziamento dell’iniziativa pubblica in quell’ambito, bensì la cessione in blocco a privati delle attività ad esso afferenti. Infatti Telecom risultava un pezzo particolarmente pregiato delle partecipazioni statali, in quanto suscettibile di garantire ai suoi possessori dei profitti elevati: ciò perché nelle telecomunicazioni la concorrenza stava appena sviluppandosi (al momento della sua cessione, Telecom Italia era addirittura ancora l'unico operatore di rete fissa) e l'innovazione tecnologica stava facendo sorgere una nuova gamma di servizi (internet e la telefonia mobile).

Nel 1997 furono dunque poste sul mercato le azioni di Telecom Italia, perseguendo per un verso un’elevata polverizzazione del capitale (nell’intento dichiarato di privilegiare l'azionariato diffuso), ma per l’altro anche la formazione di un nucleo stabile di investitori, cui affidare una quota rilevante dello stesso. Agendo in tal modo, si consentì a una cordata appositamente costituitasi - comprendente l'IFIL (la finanziaria della famiglia Agnelli) e vari istituti bancari e assicurativi - di assumere il sostanziale controllo della società sottoscrivendo appena il 6,6 per cento delle azioni, con un esborso pari a 3.950 miliardi di lire. Tale cordata, peraltro, aveva a sua volta una composizione così frammentata che all'IFIL bastò un peso al suo interno del 10 per cento per assumervi un ruolo dominante; sicché la privatizzazione, in ultima analisi, ebbe l'effetto di consegnare il controllo della compagnia telefonica agli Agnelli a fronte dell'acquisto da parte loro dello 0,66 per cento dei titoli della stessa. I nuovi proprietari, in verità, non mantennero a lungo la posizione di forza così agevolmente conquistata; ma solo perché nel 1999 la Olivetti promosse un'offerta pubblica di acquisto (OPA) cui arrise il successo, in ragione del prezzo assai elevato offerto per ciascuna azione.

La privatizzazione, pertanto, si rivelò comunque un eccellente affare per gli investitori che vi presero parte, in quanto essi poterono rivendere le proprie partecipazioni a un prezzo sensibilmente maggiorato: se si considera che la società scalatrice, per impossessarsi del 51 per cento delle azioni, versò ben 61.000 miliardi, si desume difatti che essa attribuì a Telecom un valore doppio rispetto a quello che la compagnia aveva avuto nel momento in cui tali investitori s'erano inseriti nel suo capitale. Per lo stato, invece, la privatizzazione costituì un'operazione del tutto controproducente: esso ricavò meno di 23.000 miliardi dalla cessione di un'azienda che nello stesso 1997 generò più di 14.000 miliardi fra utili e ammortamenti.

Non meno fortunati dei primi acquirenti, peraltro, furono i successivi scalatori della società (Colaninno e Gnutti, divenuti poco tempo prima i principali azionisti della Olivetti): questi difatti la pagarono sì a prezzo di mercato, ma solo in parte con mezzi propri, in quanto la somma necessaria per la scalata fu da loro reperita vendendo le aziende telefoniche - Omnitel e Infostrada - di cui la Olivetti era già proprietaria (per la cui creazione essa doveva tutto allo stato, che aveva aperto il settore ai privati e le aveva consentito, come spiegato nel nostro precedente articolo, l'utilizzo della rete telefonica delle FS), nonché facendo emettere alla società scalatrice nuove azioni e indebitandola nei confronti delle banche. Vero è che l'indebitamento accumulato risultò poi tanto elevato da non poter essere rapidamente ridimensionato (malgrado si fosse provveduto a vendere alcune importanti società che Telecom controllava), rendendo così malsicure le sorti della compagnia e inducendo di conseguenza i suoi nuovi proprietari, a due anni dall’OPA, a ritirarsi a propria volta, cedendo la quota della Olivetti in loro possesso; ma anche tale ulteriore passaggio di proprietà avvenne a un prezzo elevato (furono pagati 4,175 euro per azione, a fronte di una loro quotazione in borsa pari a 2,25), sicché anche per essi l'avventura in Telecom risultò altamente proficua.

Nel ripercorrere questa vicenda, non va poi trascurato che nel 1999 le azioni Telecom sarebbero potute diventare ancora più care, se il governo non avesse boicottato il piano escogitato dai dirigenti della compagnia per ostacolare la scalata. Questi avevano progettato di fondere Telecom con TIM (la sua controllata attiva nella telefonia mobile), la cui quotazione di borsa era in ascesa, nell'intento di far lievitare quella della stessa Telecom e rendere così l'OPA troppo costosa per le finanze dei suoi nuovi pretendenti. La fusione, però, doveva essere decisa da un'assemblea degli azionisti cui avessero partecipato i detentori di almeno il 30 per cento del capitale; e nell'assemblea che venne convocata tale quota non fu raggiunta. Determinante per questo fallimento fu l'assenza degli azionisti pubblici all’epoca ancora presenti (il Tesoro, il fondo pensioni della Banca d'Italia e altri investitori istituzionali). Dunque la Olivetti pagò sì, in termini assoluti, un prezzo assai elevato per la conquista di Telecom, ma nella sua impresa fu comunque assai agevolata dal governo.

Anche i terzi compratori (Pirelli, Benetton, i gruppi bancari Unicredit e Banca Intesa), pur avendo acquistato la Olivetti a caro prezzo e avendone ereditato il carico di debiti, trassero grandi benefici dal possesso di Telecom, estraendone risorse finché ne ebbero la possibilità e riuscendo poi a liberarsene quando la sua salute finanziaria si fece precaria. Essi difatti presero delle decisioni suscettibili alla lunga di procurare ulteriore danno all'azienda, ma che nell'immediato valsero a gonfiarne gli utili e a scaricare su di essa gli impegni finanziari dei suoi titolari: ci riferiamo alla limitazione degli investimenti, alle ulteriori vendite di società controllate (nella fattispecie, la SEAT e vari operatori esteri), alla cessione del suo patrimonio immobiliare, alla fusione tra Olivetti e Telecom Italia (che fece gravare direttamente sulla seconda l'indebitamento della prima) e al rastrellamento, tramite OPA finanziata a debito, delle azioni TIM di cui la società madre non era già in possesso (operazione che fece salire ancor più l'indebitamento della compagnia, ma che consentì alla proprietà d'incamerare, con una spesa immediata pari a zero, i dividendi procurati da quelle azioni).

Quando poi non rimasero che limitate possibilità di ulteriore depauperamento della società, tali soggetti poterono cederla alla spagnola Telefónica, un operatore attivo in mercati dov'era presente anche Telecom e che pertanto aveva interesse ad assumere il controllo della società italiana a prescindere dalle sue condizioni, in quanto da esso avrebbe ricavato la possibilità di sabotare l'attività di un concorrente. Telefónica entrò in scena nel 2007, come maggiore azionista della società Telco (costituita assieme a Mediobanca, Generali, Intesa Sanpaolo e ancora i Benetton), che rilevò la partecipazione dei Pirelli; e successivamente il suo ruolo andò crescendo, a scapito dei soci italiani. A riprova di quanto appena detto circa le sue ambizioni, nell'autunno del 2013, quando rinsaldò la propria presa, la dirigenza di Telefónica mise in chiaro di non voler conferire nuovi capitali a Telecom, indicando quale via per l'effettuazione di investimenti in Italia il reperimento di risorse tramite la vendita delle sue prospere filiali sudamericane (filiali che operavano, guarda caso, in mercati presidiati anche da Telefónica).

Telefónica era però a sua volta pesantemente indebitata, e presumibilmente per questo ritenne preferibile uscire dall’azienda italiana nel momento in cui ebbe la possibilità di rafforzarsi in Sud America per una strada alternativa a quella rappresentata dal controllo di essa. Così, nell’autunno 2014 si accordò con il gruppo francese Vivendi per acquistare la filiale brasiliana di quest’ultimo e cedergli, come parte del pagamento, un pacchetto di azioni Telecom. Successivamente Vivendi acquistò ulteriori quote e nel 2016 giunse ad essere il nuovo maggiore azionista. L’azienda francese era un operatore dei media attivo anche come produttore di contenuti, e Telecom Italia poteva fungere da veicolo per la loro diffusione: il suo acquisto le apriva dunque degli scenari promettenti, malgrado comportasse il dovere farsi carico di una situazione finanziaria assai deteriorata.

Sotto la gestione Vivendi l’intero gruppo venne ridenominato TIM. La novità più importante fu tuttavia l’acquisto - nel 2018 - di quasi il 10 per cento del capitale da parte della Cassa Depositi e Prestiti, che divenne così il secondo principale azionista. Il governo aveva dunque ritenuto di dover rientrare in Telecom, per sostenerla finanziariamente e cercare d’influenzarne in qualche misura la gestione: ma naturalmente quella mossa fu tardiva e di portata troppo modesta.

Un ultimo duro colpo al nostro ex-operatore pubblico è stato inferto alla fine del 2023, quando per ridurre il debito il suo consiglio di amministrazione ha ceduto la rete di trasmissione a un consorzio in cui svettava (con il 65 per cento delle azioni) il fondo americano KKR, seguito dal Ministero del Tesoro (con il 20 per cento) e dal fondo d’investimenti italiano F2i, anch’esso almeno in parte espressione di un soggetto pubblico (la Cassa Depositi e Prestiti). è chiaro che la perdita della rete costituisce un grave fattore d’indebolimento per l’azienda, che ora si ritrova ridotta ad essere una società fornitrice di soli servizi, al pari degli altri operatori nazionali. Al tempo stesso, appare preoccupante l’affidamento della rete a un fondo d’investimento, che presumibilmente la gestirà secondo logiche speculative, ovvero badando unicamente a ricavarne il massimo profitto nel più breve tempo possibile (e dunque trascurando gli investimenti non meno di quanto hanno fatto i precedenti proprietari). La presenza di soggetti pubblici nell’azionariato non potrà correggere questa tendenza, dato il loro ruolo minoritario. In ultimo, l’importanza attribuibile all’efficienza e alla sicurezza delle telecomunicazioni sotto il profilo non soltanto economico, ma anche politico e militare, rende ancora più deprecabile la persistente ignavia della classe politica rispetto al problema rappresentato dal controllo di questa infrastruttura da parte di soggetti stranieri (prima spagnoli, poi francesi e ora statunitensi, questi ultimi coincidenti con una società che al momento della cessione – giusto per aggravare la situazione – aveva quale presidente un ex-direttore della CIA).

Per completare la nostra ricostruzione della vicenda Telecom, ora dobbiamo fare un salto all’indietro nel tempo, tornando agli anni Novanta. Come detto, Telecom Italia era stata costituita fondendo le diverse aziende dell'IRI operanti nella telefonia. Poco prima della sua privatizzazione, però, la SEAT (la società editrice degli elenchi telefonici e delle Pagine Gialle) fu staccata da essa e venduta separatamente. La cordata acquirente (nella quale spiccavano l’editore De Agostini e la banca Comit, ma di cui facevano parte anche Colaninno e Gnutti) rilevò il 61,7 per cento delle azioni, pagandole 1.665 miliardi di lire (sulla base della valutazione effettuata per conto del Tesoro dalla banca d'affari Lehman Brothers). Potreste domandarvi se avesse senso privatizzare la SEAT separatamente da Telecom; ma a nostro avviso la domanda è sbagliata, in quanto la privatizzazione non aveva senso di per sé, ossia a prescindere dalle sue modalità, in ragione del fatto che tale azienda, non diversamente dalla stessa Telecom, era in grado di assicurare ai suoi proprietari lauti profitti (e infatti ai membri della suddetta cordata d’investitori bastarono i due esercizi successivi all’acquisizione per recuperare, tramite la distribuzione di dividendi, il 74 per cento di quanto avevano speso). La SEAT finì comunque per essere riassorbita dalla compagnia telefonica, in quanto nel 2000 Colaninno e Gnutti, che avevano assunto il controllo della seconda, decisero di farle acquistare le azioni della prima. Ciò avvenne a un prezzo elevatissimo: l'azienda telefonica pagò per il 45 per cento dei titoli quasi 18.000 miliardi, stimando così il valore della SEAT pari a 13 volte quello attribuitole appena due anni e mezzo prima. Anche considerando che la società, avendo avviato delle attività su Internet, era divenuta maggiormente appetibile, dobbiamo pertanto ritenere che essa abbia funto da veicolo di una manovra speculativa tesa ad arricchire i nuovi padroni di Telecom Italia a spese della stessa Telecom. Quest’ultima, poi, fra il 2003 e il 2004 rivendette la SEAT a una cordata di fondi d’investimento. In ognuno di questi passaggi l’azienda venne finanziariamente indebolita, in quanto i nuovi acquirenti provvidero ogni volta a rifarsi della spesa facendole emettere dei maxi-dividendi. Dopo l’ultimo passaggio la SEAT dovette indebitarsi con le banche per potere continuare a erogare tali dividendi; e nel 2008 dovette varare un piano di ristrutturazione che prevedeva licenziamenti e chiusure di alcune controllate estere. Malgrado tali provvedimenti, la sua crisi andò tuttavia aggravandosi: alla fine del 2011 non era più in grado di pagare gli interessi sul proprio debito, e nel 2013 annunciò di non poter pagare le obbligazioni in scadenza. A quel punto il valore di borsa della società crollò, con enorme danno per gli azionisti. Il dissesto non sfociò nel fallimento, in quanto nel 2016 la SEAT poté fondersi con un’azienda attiva nel campo della pubblicità online, dando vita al maggiore operatore nazionale del settore; tuttavia appare evidente quanto essa abbia risentito delle vicende descritte.

Un’altra società controllata da Telecom Italia era la Italtel, la quale si occupava di apparecchiature per le telecomunicazioni. Considerato che in tale ambito stava assumendo crescente rilevanza il ricorso a tecnologie informatiche, si trattava dunque di un’azienda suscettibile di consentire al paese di mantenere – mentre la Olivetti si avviava a diventare il mero veicolo finanziario della scalata a Telecom - un presidio in questo importante settore; il ruolo che essa poté ricoprire, tuttavia, fu depotenziato dalla pessima gestione cui fu soggetta.

Alla fine degli anni Novanta Italtel era posseduta da Telecom Italia e la sua attività si reggeva in larga misura sulle commesse che provenivano da quest’ultima. Nel 1999 la sua controllante decise di fare cassa a spese di essa, smembrandola e vendendo separatamente vari suoi rami, col risultato di restringerne il perimetro di attività. L’anno successivo cedette la maggioranza della società superstite a un fondo statunitense e all’azienda - sempre statunitense - Cisco Systems. Il fondo azionario reperì le risorse per l’acquisizione prendendole a prestito, e poi riuscì a scaricare il debito sull’Italtel. In seguito Telecom abbandonò l’azienda al suo destino, uscendo dall’azionariato (nel quale entrò Unicredit). Indebolita finanziariamente, Italtel scontò pesantemente gli effetti della crisi del 2008 e dell’affermazione dei concorrenti cinesi, sino a sfiorare il fallimento. Nel 2017 fu rilevata da Exprivia, un’azienda informatica italiana assai più piccola di quella che pretendeva di gestire. Cisco continuò ad essere un azionista di minoranza. Com’era prevedibile, quel passaggio di mano non risolse i problemi della società. Nel 2022 si ebbe così un nuovo cambio di proprietà, cui nel 2024 ne sono seguiti altri due. Nel frattempo, nel 2023 erano state effettuate delle cessioni di rami d’azienda, che l’avevano ulteriormente rimpicciolita. Nel 2024 Italtel contava soltanto 1.200 dipendenti (di cui 700 in Italia), contro i 3.200 del periodo immediatamente successivo alle dismissioni del 1999 (che già avevano notevolmente ridotto la consistenza della sua forza lavoro).

Potremmo finire qui. Ma c’è una questione connessa alle vicissitudini della Telecom di cui vale la pena parlare, avendo causato un notevole sperpero di danaro pubblico: quella di Open Fiber. Telecom Italia, dopo la privatizzazione, fu troppo impegnata a remunerare i suoi acquirenti e a ripianare i debiti di cui i medesimi si erano coperti nel rilevarla per potere effettuare cospicui investimenti in nuove tecnologie. L’Italia andò così accumulado un grave ritardo nei confronti degli altri paesi europei nella realizzazione della cosiddetta “banda larga”, ossia di una rete di cavi per la connessione a internet ad alta velocità. Nel tentativo di rimediare a questa situazione, nel 2016 il governo, non avendo più alcuna fiducia nella volontà e nella capacità dell’azienda di impegnarsi in tal senso, ma non essendo neppure disposto a riprenderne il controllo nazionalizzandola, impose a ENEL di dare vita a una nuova società (Open Fiber, per l’appunto) deputata a realizzare tale rete. Appena creata, Open Fiber venne subito rafforzata finanziariamente tramite l’ingresso nel suo capitale della Cassa Depositi e Prestiti, che ne acquisì il 50 per cento. Ciò tuttavia non fu sufficiente: in mancanza dell’esperienza e delle economie di scala su cui poteva contare Telecom, la posa dei cavi si rivelò un’operazione difficoltosa e soprattutto costosissima, ragion per cui Open Fiber andò ben presto accumulando ritardi rispetto al proprio programma, perdite e debiti nei confronti di istituti bancari. Nel 2021 ENEL riuscì a tirarsi fuori da questa iniziativa, vendendo il 40 per cento della società al fondo australiano Macquarie (attratto dal progetto di fusione tra Open Fiber e la rete Telecom che all’epoca il governo stava valutando, dunque dalla prospettiva di poter accedere alla proprietà della seconda tramite quella della prima) e il rimanente 10 per cento da esso detenuto alla Cassa Depositi e Prestiti. Questa ripartizione consentì al governo di preservare il carattere di società a prevalente controllo pubblico che connotava Open Fiber. Va notato però che ENEL seppe approfittare di questa sua esigenza, facendosi pagare per quel 10 per cento un prezzo elevatissimo; e naturalmente va pure rilevato che questa transazione non costituì una mera partita di giro fra due articolazioni dello stato, in quanto ENEL era largamente partecipata da privati, i quali beneficiarono della forzata generosità della Cassa. Quest’ultima, complessivamente, a metà del 2023 aveva speso oltre un miliardo di euro in questa impresa insensata, mentre Open Fiber aveva accumulato un debito di 5 miliardi: un ulteriore contributo al processo di distruzione di risorse pubbliche che era stato avviato con la privatizzazione di Telecom Italia.

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