Perché la sinistra radicale non vince

Nell’articolo con cui abbiamo inaugurato il sito abbiamo affrontato la questione dello spostamento su posizioni conservatrici dei grandi partiti della sinistra europea, verificatosi negli ultimi tre-quattro decenni. Questo fenomeno non ha lasciato le classi lavoratrici del tutto orfane di una rappresentanza politica, in quanto all’estrema sinistra dell’arco parlamentare hanno continuato a esistere o si sono costituiti dei partiti di ispirazione comunista o socialdemocratica (di questi tempi la socialdemocrazia è già estremismo, quindi ci permettiamo di considerarli insieme), che rifiutavano di subordinarsi alle istanze del potere economico. Esse, quindi, avrebbero potuto dirigere il proprio voto verso tali formazioni; e in tal modo avrebbero potuto farle crescere, sino al punto da porle in condizione di tutelare i loro interessi in maniera analoga a quanto facevano i partiti di un tempo. Ciò tuttavia non si è verificato: i partiti di quest’area (che in Italia viene comunemente definita “sinistra radicale”) sono stati protagonisti, a volte, di rimarchevoli exploit, ma anche in quei casi la loro forza elettorale non è risultata sufficiente a consentire loro di assumere la guida di una coalizione di maggioranza e di un esecutivo a livello nazionale.

Per meglio intenderci, forniamo qualche dato inerente i risultati che tali forze hanno ottenuto alle elezioni legislative degli ultimi anni. In Francia, nel 2022 La France Insoumise ha preso il 16 per cento dei voti (al secondo turno); nel 2024 la coalizione di cui faceva parte (la cui piattaforma elettorale era piuttosto avanzata, malgrado la presenza al suo interno del Partito Socialista) ha superato il 25, ma ciò non ha impedito al Presidente Macron di costruire delle coalizioni di governo (sia pure molto precarie) da cui essa rimaneva esclusa. In Spagna, nel 2016 e nel 2017 Podemos - in coalizione con altri partiti - riuscì a oltrepassare la soglia del 20 per cento (rimanendo anch’esso, tuttavia, confinato all’opposizione); in seguito si è mantenuto stabilmente al di sopra del 10, riuscendo ad assurgere al ruolo di partner di governo dei socialisti (però in posizione subalterna, dati i rapporti di forza favorevoli ai secondi). In Germania, Die Linke sfiorò il 12 per cento nel 2009, risultato mai più uguagliato. In Italia, per diversi anni dopo il 1989 dei movimenti neocomunisti riuscirono a ottenere un numero di consensi non irrilevante (per quanto sempre al di sotto del 10 per cento) e ad essere parte di coalizioni di governo assieme al partito erede del PCI, ma la loro influenza sulle scelte governative fu praticamente nulla; essi, inoltre, nelle tornate elettorali più recenti sono stati estromessi dal Parlamento. Negli anni più recenti sono stati presenti sulla scena dei partiti ideologicamente meno caratterizzati, ma sempre fortemente orientati a sinistra (come Sinistra Ecologia e Libertà): questi sono riusciti a far eleggere dei propri rappresentanti, però sempre in numero modesto. (Del Regno Unito non abbiamo niente da dire, poiché lì i partiti di estrema sinistra hanno mantenuto, sino ad oggi, un peso elettorale pressoché nullo.)

Diversi fra i risultati elencati sono tutt'altro che disprezzabili; però, come detto, persino i migliori non sono risultati sufficienti, in quanto non sono bastati a rendere tali partiti più forti di quelli “di sistema”, i quali pertanto hanno avuto la possibilità di tenere i primi all’opposizione o di farne degli alleati subordinati. Ciò è avvenuto malgrado la massima parte dei lavoratori abbia sperimentato, dagli anni Ottanta o Novanta in poi, un peggioramento della propria condizione, che avrebbe dovuto indurre moltissimi elettori a sostenere formazioni che si ponevano all’estrema sinistra dello spettro politico. La ragione di questa mancata traduzione dello scontento sociale in voto progressista ha una duplice spiegazione. Una parte del potenziale voto di protesta è semplicemente rimasta inespressa, per effetto di una crescita dell’astensionismo: evidentemente, tanti elettori hanno cessato di approvare l’operato dei partiti “storici”, ma non si sono fidati di quelli che li contestavano. Un’altra parte, invece, si è riversata su partiti populisti dalla connotazione ideologica ambigua (mi riferisco al nostro Movimento 5 Stelle, il cui comportamento ha poi rispecchiato questa assenza di saldi principi politici) o apertamente schierati a destra (Lega, Vox, Rassemblement National, AFD... o Reform UK: il Regno Unito, su questo versante, qualcosa ha prodotto), e in misura tanto cospicua da farli diventare in più d’un caso delle forze di primissimo piano, capaci di contendere il primato elettorale ai partiti tradizionali e comunque di surclassare i loro rivali di estrema sinistra. L’elettorato appartenente ai ceti medi e inferiori, quindi, esprime il proprio scontento premiando più l’estrema destra che l’estrema sinistra. Come mai?

A nostro avviso, fondamentalmente la ragione risiede nel fatto che la sinistra radicale, se sul versante delle politiche economico-sociali si contrappone alle sinistre convertitesi al liberismo, in altri ambiti ne replica l’orientamento, sposando una serie di posizioni che a una parte notevole della popolazione risultano non meno invise di quelle liberiste. Tali posizioni sono quelle che vengono abitualmente definite "liberali" o "libertarie" (o anche “liberal”, dagli anglomani), ma pure - con intento spregiativo - “politicamente corrette” e “woke”: pensiamo all’accettazione dell’immigrazione di massa, al sostegno offerto a un femminismo e a un antirazzismo dai tratti manichei e revanscisti o alla disponibilità a ridefinire i diritti civili sulla base delle istanze dei gruppi sociali più influenti, sacrificando così chi ha minori possibilità di far sentire la propria voce. Si tratta di orientamenti che i partiti di estrema destra, invece, contestano fortemente, ricavando da tale contestazione la possibilità di proporsi quali difensori dei ceti popolari, malgrado sul piano economico-sociale i loro programmi, per molti versi, siano connotati in senso conservatore.

La questione più importante, quella che con tutta probabilità assume una particolare importanza nell’orientare il voto di protesta a destra anziché a sinistra, è quella dell’immigrazione. L’immigrazione di massa acuisce la competizione sul mercato del lavoro e nell’accesso ai servizi sociali, produce criminalità e fenomeni di degrado urbano, frammenta le comunità e compromette la qualità dell’insegnamento. Queste sue ricadute negative, si badi, non sono state sempre ignorate dall’estrema sinistra: in Francia (nazione precocemente interessata da cospicui flussi migratori), all’inizio degli anni Ottanta furono rilevate e denunciate dal Partito Comunista, che correttamente rilevò pure come la politica di apertura delle frontiere procurasse tali danni ai lavoratori per favorire gli interessi imprenditoriali. Questa visione realistica della questione migratoria, però, è stata spazzata via da un moralismo ipocrita che oggi bolla come razzista qualunque tentativo di discutere i problemi che essa produce. Solo di recente si è rivisto sulla scena politica un partito di sinistra avente un simile approccio e capace di raccogliere un numero di consensi non irrilevante (il BSW tedesco, che alle elezioni federali del 2025 ha preso il 5 per cento dei voti).

Non va sottovalutato, comunque, il peso degli altri fattori, a cominciare da un antirazzismo vissuto come aspirazione alla cancellazione della nostra identità storica e culturale, in nome del rispetto di minoranze etniche e religiose suscettibili di risultarne “offese”, o come tolleranza verso comportamenti antisociali e criminali degli appartenenti alle stesse (comportamenti dei quali fanno le spese gli strati inferiori della società, più esposti a violenze, furti e vandalismi). Non meno nocivo è il consenso prestato a un femminismo dalle tinte suprematiste e misandriche, che offende e umilia gli uomini (trattati come esseri inferiori e congenitamente prevaricatori o violenti), ne complica oltremodo il rapporto con le donne (ponendoli in pessima luce agli occhi di queste e colpevolizzandoli aprioristicamente, con furore tale da esporli a rischi di persecuzione giudiziaria) e legittima - conferendo loro una finalità risarcitoria di discriminazioni subite - provvedimenti che favoriscono queste ultime (come il sostegno finanziario pubblico all’imprenditoria femminile e alle assunzioni di donne); e lo stesso si può dire del fiancheggiamento delle rivendicazioni e delle attività di proselitismo portate avanti dagli attivisti omo e transessuali nei confronti dei minori (rivendicazioni e proselitismo che si sostanziano nella pretesa di farli nascere tramite gestazione a pagamento, con successivo abbandono da parte della madre e affidamento a una coppia di “padri”, di manipolarli psicologicamente per confonderne l’identità sessuale e in casi estremi di sottoporli a terapie ormonali e mutilazioni genitali). Tutti questi atteggiamenti non possono che penalizzare dei movimenti politici che si dichiarano progressisti, in quanto sono oggettivamente in contrasto con la richiesta di una maggiore giustizia sociale. Essi difatti creano nuove discriminazioni, promuovendo le istanze di taluni soggetti a scapito degli interessi di altri, che finiscono sacrificati non in quanto detentori di privilegi indebiti, ma solo perché meno capaci di imporre le proprie ragioni (paradossalmente, la logica della continua espansione dei diritti individuali si risolve nel trionfo dell’ancestrale diritto del più forte). Essi, inoltre, hanno la responsabilità di far sorgere in seno alla società civile delle linee di faglia rispondenti all’appartenenza a un determinato gruppo etnico, genere od orientamento sessuale, con conseguente oscuramento delle divisioni create dalla diversità di condizione economica. Ciò erode la propensione dei ceti inferiori ad aggregarsi sulla base dei propri interessi materiali, riducendo le possibilità di conflitto sociale (fatto che spiega, per inciso, perché la sinistra convertitasi al conservatorismo, e in forma meno ostentata anche la destra di governo, abbiano fatto propri tali orientamenti ideologici).

Com’è possibile che gli odierni leader della sinistra radicale abbiamo sposato una linea tanto in contrasto con gli ideali che professano, e quindi anche tanto autolesionistica sul piano della loro capacità di raccogliere consensi? La nostra opinione è che la risposta vada cercata ragionando non in termini politici, bensì psicologici. Il ceto dirigente di questa fazione politica è composto in massima parte da personalità appartenenti alla borghesia intellettuale: un fatto peraltro inevitabile, dal momento che tale classe sociale risulta maggiormente in grado di svolgere tale funzione rispetto ai ceti popolari, disponendo di una migliore preparazione culturale e anche, più banalmente, di una maggiore quantità di tempo spendibile nell’ambito della riflessione politica (dal momento che spesso i suoi esponenti non devono confinare l’impegno in tale campo nel proprio tempo libero, ma riescono a fare di esso il proprio lavoro). Questa classe di intellettuali radicali, a dispetto del proprio credo anticapitalista, negli ultimi decenni ha dimostrato di soggiacere con facilità alle suggestioni dell’ideologia consumistica sorta con la società del benessere, la quale spinge a perseguire un soddisfacimento illimitato e immediato delle proprie pulsioni (sul cui stimolo si fonda l’istigazione al consumo di beni superflui). Essa, pertanto, ha sviluppato la tendenza a percepire come intollerabile qualsivoglia limitazione del proprio ego: atteggiamento che si è tradotto, sul piano politico, nell’aspirazione a dare vita a una società priva di norme e convenzioni ben strutturate, come pure di identità e tradizioni radicate, giacché le une e le altre erano considerate ree di limitare il ventaglio delle opzioni valoriali e comportamentali teoricamente a disposizione dell’individuo. Questo curioso atteggiamento si spiega, in parte, con il fatto che nella società contemporanea la missione storica di cui gli intellettuali si sono considerati investiti è stata quella di sottoporre a una libera critica le imposizioni delle autorità (che si trattasse di norme giuridiche, rapporti economici e sociali o sistemi di credenze): evidentemente, l’attitudine a svolgere questa funzione dissacratoria, nel momento in cui la società è stata pervasa dallo spirito del capitalismo consumistico (la cui natura è indiscutibilmente di tipo libertario, sebbene nel senso peggiore che si possa attribuire al termine), ha favorito una introiezione del medesimo di tipo totalizzante e acritica, la quale a sua volta ha fatto sì che tale attitudine degenerasse in una furia nichilista volta ad abbattere il principio stesso di una regolamentazione della vita sociale e a cancellare il senso di appartenenza dei suoi membri a una determinata civiltà. Accanto a tale fattore, deve avere pesato la storica propensione degli intellettuali al ragionamento astratto e alla teorizzazione di modelli alternativi di società, che li ha condotti a ritenere possibile e auspicabile una comunità liberata dai vincoli creati da norme, valori e identità culturali (un modello di vita la cui impraticabilità e disfunzionalità, invece, paradossalmente non sfugge all’osservatore più limitato sul piano culturale, che deve forzatamente basare i suoi giudizi sul proprio vissuto, dunque su meri dati empirici).

Questo nostro ragionamento potrà apparire alquanto fumoso; esso, tuttavia, riesce a dare conto delle posizioni che tiene, ormai da parecchi decenni, l’intellettualità di sinistra (non soltanto i politici riconducibili a quell’area, ma anche tanti accademici, magistrati, artisti e giornalisti) su molti temi concreti. Consideriamo innanzitutto la questione dell’immigrazione. Questa, nella forma illimitata che essa ritiene ammissibile e unita vuoi al rifiuto di perseguire l’assimilazione degli stranieri (in nome della tutela di una “diversità” considerata sempre e comunque fonte di arricchimento spirituale), vuoi alla mortificazione dell’identità storico-culturale del paese accogliente, tende a cancellare tale identità, trasformando le nazioni europee in bazar nei quali si può scegliere fra una pluralità di tradizioni, credenze e stili di vita cui aderire, anche in maniera non duratura. Inoltre, la provenienza di molti immigrati da contesti meno civilizzati, le precarie condizioni materiali in cui sovente vengono a trovarsi e il risentimento che provano verso una società che non ha soddisfatto le loro aspettative di realizzazione personale fanno sì che la loro presenza sia causa di fenomeni di degrado dell’ambiente urbano e dei rapporti sociali, i quali pure risultano graditi a chi reputa intollerabile qualsivoglia imposizione di limiti, giacché gli consentono di vivere in un contesto in cui i membri della comunità non nutrono più aspettative elevate nei riguardi dell’atteggiamento altrui, essendo ormai abitualmente spettatori di comportamenti incivili e antisociali o essendo essi stessi autori dei medesimi. In sintesi, il degrado del contesto sociale in cui si vive abbassa il livello degli standard di comportamento civico da rispettare e quindi ingenera un rassicurante senso di deresponsabilizzazione nell’animo di chi percepisce l’esistenza di tali vincoli come un peso intollerabile.

L’aspirazione a un’esistenza non condizionata da vincoli spiega anche l’odio verso l’istituzione familiare (percepita come soffocante per i doveri che impone verso genitori, coniugi e figli) e quindi il sostegno al femminismo più radicale (ostile al matrimonio e alla maternità) e alle forme di sessualità sterili (ossia a quelle praticate da omosessuali e transessuali). La legittimazione della diversità sessuale, però, va anche vista come finalizzata a moltiplicare le possibili identità assumibili dall’individuo e quindi ad affermare l’onnipotenza del desiderio contro i limiti che vorrebbero porgli non soltanto la legge o la cultura, ma persino la biologia (la quale riconosce l’esistenza di due soli sessi e non consente che si possa vivere da donna nel corpo di un uomo, o viceversa). Un’ulteriore motivazione può essere addotta anche per l’adesione al femminismo: l’avversione verso il concetto di autorità, che induce a voler estirpare dalla vita sociale le figure maschili (il padre e il marito) che tradizionalmente lo incarnano.

Non sfuggirà ai lettori che alla base di simili orientamenti si cela un profondo egoismo di classe: gli intellettuali di estrazione sociale più elevata, responsabili della loro elaborazione, possono permettersi di non prendere in considerazione le ricadute negative della loro applicazione in ragione del fatto che la propria condizione li pone al riparo dalle medesime. Essi, ad esempio, occupano nicchie del mercato del lavoro che non risentono dell’afflusso degli immigrati; vivono in quartieri popolati soltanto da persone del loro stesso ceto, e quindi sicuri; hanno le risorse necessarie per garantire ai propri figli un’istruzione di qualità; e neppure scontano l’aspetto negativo della mancata formazione di legami familiari (ovvero il non poter contare su varie forme di supporto materiale), in quanto possono ottenere a pagamento i servizi di cura di cui abbisognano. Tale egoismo, però, costituisce un atteggiamento inconsapevole, in quanto l’assunzione delle posizioni menzionate scaturisce da pulsioni istintuali; ciò rende possibile la sua convivenza con le aspirazioni di giustizia sociale proprie di quel campo politico, con le quali essa risulterebbe invece in contraddizione qualora fosse sottoposta al vaglio della ragione.

Concludiamo questa breve trattazione abbandonando il lettino dello psicologo per tornare sul marciapiede della politica. Lo spettro partitico oggi vigente, in buona sostanza, si articola nel modo seguente: abbiamo un’estrema sinistra liberale e non liberista; un centro-sinistra liberale e liberista; un centro-destra anch’esso liberale (a dispetto di qualche presa di posizione retorica di segno opposto) e liberista; un’estrema destra non liberale e liberista. Gli elettori, quindi, possono scegliere fra tre orientamenti fondamentali, nessuno dei quali, però, risulta favorevole alla massa dei lavoratori. C’è speranza che questa situazione cambi in futuro? Forse sì: il crescente impoverimento del ceto medio potrebbe far sorgere una classe di intellettuali totalmente disincantata rispetto alle promesse di felicità della società dei consumi, e per questo in grado di guardare con occhio critico alla concezione dell’esistenza forgiata da quest’ultima. Questo raggruppamento sociale, però, dovrebbe poi riuscire a organizzarsi politicamente, dando vita a nuovi movimenti politici o inserendosi nelle forze protestatarie già esistenti per prenderne il controllo; e nessuna delle due strategie sarebbe di facile realizzazione, in un caso per la difficoltà di crescere partendo da zero e con poche risorse finanziarie, nell’altro in ragione del carattere poco o per nulla democratico che ormai connota la vita interna di tutti i partiti.

Oltretutto (è banale dirlo, ma... va detto), la nascita di una valida alternativa alla sinistra radicale odierna non avrebbe di per sé una valenza salvifica per le società europee. Questa nuova cerchia di intellettuali, una volta costituitasi come dirigenza politica, dovrebbe avere anche la capacità di raccogliere consensi (convincendo i tanti astensionisti e strappando elettori ai partiti che già occupano la scena politica, inclusi quelli antisistema da essa non controllati), e in misura tale da poter assumere la direzione dei governi nazionali. E questo non sarebbe tanto facile. Infatti, se per un verso la sua ascesa al potere risulterebbe facilitata dal fatto di non avere un programma politico in conflitto, per diversi importanti aspetti, con la sensibilità morale e gli interessi materiali dei ceti subalterni, d’altro canto proprio il fatto di costituire, agli occhi dei gruppi sociali dominanti, una minaccia più concreta di quelle che sinora si sono profilate all’orizzonte indurrebbe prevedibilmente i medesimi a usare in modo più intensivo l’armamentario di cui dispongono per condizionare la vita politica. Pertanto, se già i movimenti radicali oggi sulla scena devono fare i conti con la parzialità dei media, l’ostilità degli apparati di sicurezza e le ingerenze dei grandi attori economici, una forza di opposizione progressista che apparisse in grado di prendere il potere si troverebbe a subire da parte di tali soggetti un ostracismo fortissimo. E se ugualmente, a dispetto di tali condizionamenti negativi, questi ipotetici nuovi dirigenti radicali riuscissero a conquistare un ampio consenso, i detentori del potere avrebbero a disposizione ancora delle carte da giocare: la messa al bando delle forze sgradite (come avvenuto in Moldavia in occasione delle recenti elezioni parlamentari, da cui sono stati esclusi i partiti filorussi), il ricorso a brogli elettorali (previa introduzione del voto elettronico e del voto per corrispondenza, che li renderebbero assai più agevoli), oppure - nel caso si fossero mossi troppo tardi - l’annullamento delle consultazioni, da ripetersi dopo averne escluso i primi vincitori (come si è fatto in Romania sempre quest'anno, per impedire l’ascesa alla presidenza di un candidato non abbastanza filo-NATO).

Nel delineare il profilo di questa nuova classe di intellettuali, allora, dobbiamo tenere conto anche di una ulteriore caratteristica che dovrà contraddistinguerla: la disponibilità a spostare la lotta politica, in caso di necessità, al di fuori dell’ambito elettorale, in modo da poter reagire ad eventuali scelte eversive dei governanti e magari anche da poterle prevenire (instillando un po’ di sana paura nelle figure poste alla base della piramide decisionale avente a capo questi ultimi, cui spetterebbe l’esecuzione materiale dei loro ordini). Si tratta di una prospettiva che nell’ambito del radicalismo di sinistra oggi sopravvive essenzialmente in forma retorica, come sogno di rivoluzione proletaria e di memoria dell’eroismo partigiano (non ce ne vogliano quelli che si credono dei novelli Che Guevara perché all'ultima manifestazione cui sono stati hanno bruciato un cassonetto o imbrattato un muro), ragion per cui porre una simile questione rischia di risultare scomodo, quando non scandaloso; ma anche questo andrà fatto, come parte della rifondazione su basi realiste dell’impegno politico, finalizzata a spazzare via le menzogne e le illusioni della sinistra liberale.

Commenti