La lunga guerra contro i lavoratori (parte 5)
18. La propaganda in favore delle riforme
Nel corso della trattazione precedentemente condotta, abbiamo accennato al fatto che la politica di moderazione salariale fu legittimata attribuendo ad essa una valenza antinflazionistica. Questo argomento propagandistico non era del tutto menzognero, in quanto mantenere ferme le retribuzioni anche in presenza di un incremento del costo della vita costituiva effettivamente un sistema efficace, ancorché socialmente iniquo, per impedire che si instaurasse un circolo vizioso del genere di quello determinatosi negli anni Settanta. È evidente, però, che il contenimento dell’inflazione sarebbe stato perseguibile non soltanto agendo a valle (ossia impedendo alle retribuzioni di crescere quanto i prezzi dei principali beni e servizi), ma anche - e persino più efficacemente - operando a monte (ossia frenando gli incrementi dei prezzi in questione). Una siffatta azione di contrasto, beninteso, sarebbe stata difficilmente realizzabile nel periodo 1992-95, nel quale operò un potente fattore inflativo (la svalutazione della lira); ma sarebbe risultata assai più agevole da compiere negli anni successivi, segnati dal rientro della nostra valuta nello SME e dalle restrizioni creditizie decise dalla Banca d’Italia. Essa, tuttavia, risultava impraticabile sul piano politico, in quanto sarebbe andata a detrimento dei profitti padronali. La promozione degli accordi del 1992-93 costituì pertanto una scelta politica, poggiante sul presupposto – ovviamente non dichiarato – che toccasse solo ai lavoratori farsi carico del costo della disinflazione.
Anche le riforme del mercato del lavoro furono accompagnate da un'azione propagandistica volta a giustificarne la realizzazione, la quale le descrisse come utili a combattere la disoccupazione e il lavoro irregolare (in quanto suscettibili di eliminare rigidità normative che - si sosteneva - disincentivavano gli imprenditori dall'assumere nuovo personale) e a tutelare più efficacemente gli stessi lavoratori già attivi. Queste argomentazioni, però, a posteriori risultano facilmente confutabili. Abbiamo visto, difatti, che se a partire dagli anni Novanta c’è stato un tendenziale calo della disoccupazione (“tendenziale”, poiché nelle fasi di crisi economica è ovviamente risalito), questo è stato più che compensato dal diffondersi della sottooccupazione, in quanto il numero delle ore lavorate nel paese è andato diminuendo.
Parallelamente, si è avuto un notevole peggioramento della qualità media dell'occupazione, sotto il profilo della retribuzione e delle garanzie, come abbiamo visto, ma anche del valore aggiunto che i lavoratori erano in grado di generare (con riflessi negativi, quindi, sullo stato dell’economia nazionale). Da quel decennio in avanti, infatti, si è avuta la scomparsa di molti posti di lavoro qualificati nel settore industriale (in conseguenza di ridimensionamenti, chiusure e delocalizzazioni), mentre la nuova occupazione creatasi è scaturita soprattutto dall'espansione di attività terziarie scarsamente qualificate e produttive. In effetti, è lecito pensare che le riforme del mercato del lavoro siano valse soltanto a consentire l'espansione di attività in precedenza trascurate perché scarsamente capaci di generare ricchezza, ma che nel nuovo contesto normativo sono divenute più interessanti per gli imprenditori, in ragione del fatto che la precarizzazione della forza lavoro, consentendo loro di remunerare pochissimo i dipendenti che le svolgevano, ha reso meno miseri i profitti che esse erano in grado di generare.
D’altronde, era ben difficile che misure che impoverivano i lavoratori, e quindi nuocevano alla domanda interna, potessero far aumentare l’occupazione; né era lecito presumere che la crescita dei margini di profitto degli imprenditori, derivante dalla compressione salariale, si sarebbe tradotta in un reimpiego dei guadagni aggiuntivi in attività di tipo avanzato, considerato che proprio l’esasperato sfruttamento della forza lavoro poteva avere un effetto disincentivante sotto questo profilo, consentendo di mantenere elevata la redditività delle aziende anche in assenza di investimenti volti ad accrescere la produttività del lavoro o a sviluppare prodotti dal valore più elevato. Già nel momento in cui quelle riforme furono realizzate, pertanto, era possibile dare di esse un giudizio negativo. Le dichiarazioni dei loro promotori e difensori non valgono quindi a smentire la tesi su cui si fonda l’analisi da noi condotta, secondo la quale le politiche del lavoro portate avanti dagli anni Novanta in poi mirarono unicamente a tutelare gli interessi imprenditoriali. La strumentalità delle argomentazioni avanzate in favore della flessibilizzazione del lavoro, peraltro, è testimoniata anche dal fatto che questa abbia continuato ad essere propugnata e realizzata sino ai nostri giorni, malgrado sin dai primi anni Duemila fosse osservabile come non sortisse effetti positivi sulla condizione dei lavoratori e neppure sull’andamento dell’economia.
Un discorso analogo va fatto in relazione al coinvolgimento dei privati nella conduzione delle attività pubbliche (tramite privatizzazioni di società e appalti di servizi), che pure contribuì, indirettamente, al peggioramento delle condizioni dei lavoratori (riducendo il perimetro del pubblico impiego). L’argomento propagandistico della superiore efficienza del settore privato è stato ampiamente smentito dai fatti ed era comunque confutabile sin da prima che venisse messo alla prova, per due semplici ragioni. In primo luogo, un servizio fornito da un privato, rispetto a uno offerto direttamente da un soggetto pubblico, era sempre destinato a incorporare un costo aggiuntivo, costituito dal profitto che il primo intendeva ricavarne. In secondo luogo, fare dipendere lo svolgimento di molte attività da intese fra amministrazioni e imprese faceva sorgere il rischio che le seconde usassero la propria influenza (e magari la propria capacità di corruzione) per ottenere dalle prime - formalmente o di fatto - la possibilità di operare nel modo per esse più conveniente, ovvero riducendo al minimo il proprio impegno finanziario e facendosi poi pagare per il servizio offerto un prezzo sproporzionato rispetto alla qualità dello stesso (che ovviamente sarebbe stata condizionata, in negativo, dalla limitatezza del capitale investito). Anche le prese di posizione in favore delle privatizzazioni ed esternalizzazioni dei servizi pubblici, pertanto, non devono mai avere avuto altro scopo che quello di favorire gli interessi dell’imprenditoria privata.
19. La colpevolizzazione dei giovani senza lavoro
Dal momento che, nella nostra trattazione, abbiamo rilevato come le imprese abbiano ridotto l’apporto di lavoro di cui necessitavano, ci sembra opportuno trattare anche della propaganda da esse condotta per nascondere la loro responsabilità nel rarefarsi delle opportunità d’impiego nel nostro paese.
Ormai da parecchi anni, i media controllati dal potere economico propalano la tesi secondo cui, in realtà, la domanda di lavoro da parte delle imprese abbonda, ma fatica a venire soddisfatta a causa della tendenza degli italiani - in particolare dei giovani - a rifiutare le occupazioni più umili e impegnative. Questa argomentazione, che in genere assume i toni della polemica moralistica, a nostro avviso viene avanzata in maniera strumentale, ovvero nel tentativo di scaricare sui disoccupati la responsabilità della loro situazione; essa, inoltre, risulta funzionale a giustificare l’apertura del paese a massicci flussi migratori (in quanto gli immigrati farebbero, come si suol dire, “i lavori che gli italiani non vogliono più fare”). Ciò nondimeno, non si può negare che il fenomeno denunciato effettivamente esista. Almeno in parte, dunque, il ridursi delle possibilità di trovare lavoro da noi rilevato va inteso, più correttamente, come un ridursi delle possibilità di trovare un lavoro di tipo gradito.
Sull’argomento ci siamo già pronunciati poc’anzi, ma vale la pena di riprenderlo, per trattarlo in modo un po’ più approfondito. Questo atteggiamento selettivo assunto dagli italiani costituisce la risultante di una trasformazione sociale iniziata negli anni Sessanta. A partire da allora, infatti, il sistema formativo nazionale si è evoluto in maniera tale da consentire la crescita del numero dei diplomati e dei laureati. Nella fase storica in cui ebbe inizio, questa evoluzione risultava coerente con la modernizzazione economica che stava interessando il paese, la quale sembrava destinata a far crescere notevolmente la richiesta di lavoratori qualificati. Ciò tuttavia, nel lungo periodo, non è avvenuto, in quanto la grande industria - che è quella maggiormente caratterizzata dall'impegno nella ricerca, dal ricorso a tecnologie avanzate e dallo svolgimento di attività amministrative a sostegno di quelle produttive - già nei secondi anni Sessanta rallentò la propria espansione, per poi arrestarla (negli anni Settanta), cominciare a declinare (negli anni Ottanta) e infine collassare (dagli anni Novanta in poi). A partire dagli anni Novanta, pertanto, in Italia si è creata soprattutto occupazione di basso livello (sia nella manifattura che nei servizi); e conseguentemente tra la domanda e l'offerta di forza lavoro si è stabilito uno iato, in quanto i lavoratori qualificati creati dal sistema formativo hanno dimostrato una forte renitenza ad accettare mansioni di quel genere, riconducibile alla consapevolezza di essere in grado di ricoprirne delle altre, più gratificanti e meglio retribuite. Molti giovani hanno scelto così di prolungare il periodo della propria permanenza presso i genitori (i quali potevano sfruttare la condizione di relativo benessere raggiunta per mantenerli a lungo) sino a quando non fossero riusciti a cogliere una delle limitate opportunità d'impiego di buon livello ancora esistenti; oppure di trasferirsi all'estero, in paesi dove opportunità di tal fatta erano presenti in maggiore quantità.
Va rilevato, comunque, che l’esistenza di tale fenomeno non sembra avere influenzato il divario tra Nord e Sud Italia relativo ai livelli di disoccupazione giovanile: un fatto che induce a ritenere che esso non abbia assunto la rilevanza che le affermazioni volte a deresponsabilizzare il ceto imprenditore hanno voluto attribuirgli. Dobbiamo presumere, infatti, che la propensione a rifiutare lavori poco attraenti si sia manifestata soprattutto nelle regioni in cui si concentravano le famiglie benestanti (che erano quelle maggiormente in grado di assicurare ai giovani elevati livelli di istruzione e di mantenerli a lungo nel proprio seno), dunque in quelle settentrionali. Il tasso di disoccupazione giovanile del Mezzogiorno, però, è sempre stato molto più elevato di quello settentrionale, e tale rimane tuttora (nel 2023, gli italiani fra i 15 e i 34 anni che risultavano disoccupati erano l’8 per cento del totale al Nord, l’11,1 al Centro e il 23,9 al Sud). Ciò, ovviamente, si spiega con le minori opportunità di trovare lavoro sussistenti al Sud; ma appare comunque notevole il fatto che la maggiore selettività che ha presumibilmente connotato la gioventù settentrionale non sia riuscita ad attenuare in misura avvertibile questa differenza. Evidentemente, come detto, tale atteggiamento non era tanto diffuso quanto si è cercato di far credere.
Se proprio vogliamo dare credito alle lamentele degli imprenditori circa la difficoltà di trovare personale, comunque, possiamo avanzare una diversa spiegazione al riguardo, che si sposa assai meglio con le stime sulla disoccupazione. Il fattore da considerare è lo squilibrio economico fra Nord e Sud Italia, il quale negli ultimi decenni è risultato sempre molto rilevante (nel trentennio 1993-2022, il PIL pro capite del Mezzogiorno si è mantenuto pari al 55-60 per cento di quello del Centro-Nord). Tale squilibrio ha fatto sì che le opportunità di lavoro si creassero soprattutto nel Settentrione e che la disoccupazione giovanile - come abbiamo appena rilevato - si concentrasse nel Mezzogiorno. In ragione di questa situazione, per tanti giovani trovare lavoro è risultato possibile soltanto a patto di trasferirsi lontano dal lungo di nascita e quindi di rinunciare al supporto che lì ricevevano dai propri genitori (che assicuravano loro vitto e alloggio gratuiti); a patto, quindi, di sobbarcarsi delle spese che riducevano l’effettivo beneficio economico derivante dall’avere un’occupazione. Dato il livello generalmente basso assunto dai nostri salari reali a partire dagli anni Novanta, non può allora sorprendere che in molti casi l’ottenimento di un impiego tramite l’emigrazione al Nord sia apparsa un’opzione non meritevole di essere presa in considerazione. Peraltro, anche il peso di questo atteggiamento non è da sopravvalutare; il fatto che soltanto fra il 2002 e il 2024 si siano avuti ben 2,4 milioni di trasferimenti di residenza dal Mezzogiorno al Settentrione, difatti, testimonia come per tanti meridionali la prospettiva di un basso tenore di vita non sia valsa da disincentivo all’emigrazione. Altrettanto significativo – aggiungiamo – è che nel medesimo periodo il saldo fra i trasferimenti al Nord e quelli al Sud sia stato di ben 1,1 milioni a favore dei primi, malgrado il carattere precario di tanta occupazione abbia presumibilmente causato molti ritorni forzati. Beninteso, la realtà di questa forte emigrazione dal Sud non ci ha risparmiato, nel corso dell’ultimo trentennio, un’infinità di lamentele (pensiamo a tanti articoli pubblicati dalla grande stampa) nei riguardi dei meridionali, dipinti come indisponibili ad accettare altro impiego all’infuori di un posto - rigorosamente fisso - a pochi passi da casa: anche questo genere di polemica, difatti, è rientrato nell’armamentario retorico tramite il quale i media imprenditoriali hanno cercato di sostenere la narrazione di una disoccupazione dipendente assai più dall’indolenza delle classi lavoratrici che dalle scelte o da inadeguatezze padronali.
[ Riferimenti: Eures Ricerche Economiche e Sociali, in collaborazione con il Consiglio Nazionale dei Giovani e l’Agenzia Italiana per la Gioventù (a cura di), Giovani 2024: il bilancio di una generazione (https://agenziagioventu.gov.it/wp-content/uploads/2024/04/2024_01_RAPPORTO-GIOVANI_REPORT-COMPLETO_4_4_2024.pdf). Si veda inoltre la banca dati “IstatData” (https://esploradati.istat.it/databrowser/). ]
20. La debolezza della domanda interna: il prezzo (modico) della stasi salariale
C’è un punto della nostra ricostruzione che potrebbe avere lasciato perplessi i lettori: l’accenno al fatto che la politica del lavoro seguita dagli anni Novanta in poi ebbe un effetto depressivo sulla domanda interna, e che tale effetto era ampiamente prevedibile e comunque risultò ben presto verificabile. Da ciò si ricava, infatti, che dal punto di vista del ceto imprenditore tale politica appariva suscettibile di procurare, e poi effettivamente procurò, non soltanto dei benefici, ma anche degli svantaggi. Ci si potrebbe allora domandare come mai i gruppi di pressione imprenditoriali non siano stati indotti a moderare le proprie richieste dal timore di perdere, sul fronte della quantità di prodotto collocabile sul mercato, quanto la compressione salariale avrebbe fatto loro guadagnare sul versante dei margini di profitto conseguibili per unità di prodotto. A tale quesito non è tuttavia difficile rispondere.
Cerchiamo innanzitutto di spiegare il comportamento dei maggiori esponenti dell’industria nazionale (i quali costituivano la parte più influente della classe imprenditrice). Una prima considerazione da fare è che, dopo il 1990, il declino della capacità competitiva delle nostre grandi imprese consegnò quote crescenti del mercato interno alla concorrenza straniera, riducendo così il danno arrecato agli operatori nostrani dalla contrazione che il blocco delle retribuzioni determinava di esso. Inoltre la maggiore imprenditoria s’insediò nei settori erogatori di servizi di prima necessità, la domanda dei quali, rispetto a quella della maggior parte dei beni di consumo, era meno suscettibile di compressione e dunque meno suscettibile di risentire dell’abbassamento del tenore di vita dei lavoratori. Dal punto di vista di tale raggruppamento sociale, dunque, il rapporto fra i costi e i benefici della compressione salariale si connotava senz’altro per la prevalenza dei secondi; e conseguentemente esso aveva motivo di auspicare che questa assumesse la maggiore portata possibile.
Prendiamo ora in esame la posizione degli imprenditori di minor rango (la cui influenza sul sistema politico era sì inferiore, ma comunque non trascurabile). Per diversi anni, la piccola e media imprenditoria manifatturiera poté sfruttare la svalutazione subita dalla lira nel 1992-95 per esportare quote ingenti delle sue produzioni, riuscendo così a non risentire della contrazione dei consumi interni. In seguito, con l’avvento dell’euro, il vantaggio competitivo assicurato dai rapporti di cambio favorevoli venne meno; ma proprio il definirsi di una dinamica salariale debole consentì il mantenimento nel tempo di una sufficiente competitività di prezzo dei nostri manufatti sul mercato internazionale. Per questa imprenditoria affermatasi all’estero, pertanto, il basso costo del lavoro non costituiva realmente un problema, giacché se per un verso limitava la portata dei suoi affari in Italia, per l’altro favoriva la sua proiezione sui mercati esteri, procurandole dei profitti aggiuntivi che potevano compensare o addirittura sopravanzare i mancati guadagni in patria. Nel lungo periodo, inoltre, la privatizzazione di molti servizi a livello locale e l’esternalizzazione della gestione di ulteriori attività delle pubbliche amministrazioni - sia interne, sia rivolte alla popolazione - consentirono anche a molti operatori minori di radicarsi in comparti in cui il conseguimento di profitti era assicurato a prescindere dal livello della domanda interna, poiché scaturiva dalla fornitura di servizi richiesti da soggetti pubblici o cui i cittadini non potevano rinunciare. Anche per essi, pertanto, la sottoposizione dei lavoratori a regimi contrattuali meno favorevoli di quello tradizionale costituì una trasformazione apportatrice principalmente di benefici, e quindi meritevole d’essere promossa.
La nostra trattazione si conclude qui. La guerra contro i lavoratori, invece, prosegue: ad ogni rincaro del costo della vita non contrastato dal governo e cui non corrisponde un proporzionato adeguamento dei salari, ad esempio; o ad ogni nuovo “decreto flussi” che stabilisce, anche nel pieno di una congiuntura economica negativa, l’ingresso di centinaia di migliaia di stranieri. E prosegue anche, naturalmente, ad ogni “incidente” che provoca la perdita di una vita umana in un cantiere o in una fabbrica i cui operai, tenuti sotto schiaffo con la minaccia del licenziamento o del mancato rinnovo del contratto, non hanno potuto reclamare condizioni di sicurezza decenti. Se ne leggono tanti, di episodi del genere. Cronache di ordinaria sopraffazione, di ordinario sfruttamento, dal profondo di un paese che si dice civile.

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