[ Interrompiamo la serie delle “storie per non dormire”, per tornare momentaneamente a trattare di eventi di stretta attualità. La guerra all’Iran, infatti, a nostro avviso si presta a qualche considerazione interessante. ]
E così, il 2026 ha visto già divampare una nuova guerra. Al solito, noi comuni cittadini siamo preda di un’impotente indignazione; ma questo attacco israelo-americano all’Iran, a dire il vero, ancora più che indignazione suscita sconcerto. Infatti gli aggressori sono venuti subito a trovarsi in una situazione segnata da gravi difficoltà, le quali però erano tutte ampiamente prevedibili, ragion per cui di primo acchito non si comprende perché mai abbiano ritenuto necessario lanciarsi in una simile avventura. Per meglio intenderci, passiamo tali difficoltà sinteticamente in rassegna:
1. L’Iran ha dimostrato una rimarchevole capacità di colpire Israele e le basi americane della regione. Ciò è riconducibile a una serie di fattori di cui gli aggressori non erano di certo ignari: da una parte, la notevole produttività raggiunta dalla sua industria bellica (grazie anche alla sua specializzazione in strumenti quali i droni e i missili, realizzabili in tempi e a costi relativamente ridotti) e una dislocazione di fabbriche e installazioni militari tale da renderle difficilmente attaccabili (sono disperse sull’ampio territorio nazionale e ubicate in molti casi sottoterra); dall’altra, la limitata capacità degli USA di difendere se stessi e Israele, dovuta allo svuotamento che hanno subito negli ultimi anni i loro arsenali (stressati dall’impegno su tre teatri: Ucraina, Yemen e Gaza) e alla scomparsa della produzione bellica “in grande serie” che servirebbe per rimpinguarli (i colossi della difesa americana - aziende private che mirano alla massimizzazione del profitto - hanno trovato conveniente specializzarsi in armamenti tecnologicamente avanzati, che vengono prodotti in quantità limitate e venduti a prezzi elevatissimi). Aggiungiamo che già nel 2025 USA e Israele avevano avuto modo di testare la forza militare dell’Iran, ricavandone un’amara lezione: Trump infatti aveva dovuto porre fine a quel primo conflitto dopo meno di due settimane (millantando un successo inesistente), in quanto quel lasso di tempo era bastato perché Tel Aviv si trovasse a corto di difese antiaeree.
2. L’assassinio di alte personalità dello stato iraniano e la massiccia campagna di bombardamenti non hanno reso la classe dirigente più arrendevole, né hanno spinto il popolo a rivoltarsi contro quest’ultima, ma all’opposto hanno irrigidito la prima e indotto il secondo a stringersi intorno ad essa, dimenticando i motivi di malcontento che poco tempo prima avevano ingenerato diffuse proteste. E cosa ci si poteva attendere di diverso? Includere nella campagna di omicidi mirati anche la guida suprema del paese (che ne è la massima autorità religiosa, oltre che politica) non poteva avere altro effetto che quello di esacerbare gli animi; così come nessun altro effetto potevano avere i raid aerei, dal momento che il loro carattere indiscriminato li ha resi da subito responsabili del massacro di civili inermi (oltre che della distruzione di scuole e università, di ospedali e fabbriche di medicinali, di siti UNESCO...).
3. L’Iran ha sfruttato la propria posizione geografica per assumere il controllo dello stretto di Hormuz, divenendo così in grado di colpire i portafogli dell’intera popolazione mondiale (con due conseguenze politiche disastrose: il malcontento degli automobilisti americani a pochi mesi dal voto e l’impossibilità di fare a meno del petrolio e del gas russi, che ha costretto Trump a sospendere le sanzioni su di essi, in un patetico tentativo di sottrarsi allo scorno di vedere alla TV qualche suo alleato che annuncia la decisione di violarle). Anche in questo caso, è inconcepibile che una simile azione non fosse stata messa in conto, tanto più che la marina iraniana da anni si era attrezzata per effettuare questa operazione (dotandosi di mine, missili antinave, sommergibili da bassi fondali, ecc.); a meno che non si sia disposti ad assumere, quale spiegazione valida quantomeno per gli americani, il luogo comune dell’ignoranza della geografia da parte dei medesimi (“Perché nessuno mi ha detto che l’Iran si affaccia sul Golfo Persico?”).
Ma allora perché attaccare? Ebbene, l’idea che mi sono fatto io è che questa guerra sia figlia della disperazione. Cominciamo con l’esaminare il possibile movente di Netanyahu. Questo usurpatore del titolo di essere umano aveva la necessità di sottrarsi alle accuse di corruzione che pendevano sul suo capo; per riuscirvi, si era posto l’obiettivo immediato di rimanere al governo (e per questo gli occorreva il sostegno dei partiti della destra religiosa, un manipolo di fanatici che coltivano il so… l’incubo della Grande Israele), quello di medio periodo di rimanere al governo in una situazione emergenziale (tale da giustificare la procrastinazione dei procedimenti che lo riguardavano) e quello a lungo termine di ottenere un trionfo che lo rendesse intoccabile. Netanyahu aveva giustamente ritenuto che tali obiettivi fossero conseguibili soltanto tramite la guerra: guerra per soddisfare il fanatismo religioso-imperialista dell’estrema destra, guerra per mantenere il paese in uno stato di emergenza, guerra per assurgere al rango di eroe nazionale. Quest’ultimo risultato, però, all’inizio del 2026 appariva ancora ben lontano dall’essere raggiunto, a causa dell’incapacità dell’esercito israeliano di debellare Hamas ed Hezbollah. E allora, cos’altro poteva inventarsi?
I lettori giustamente risponderanno: qualunque cosa, tranne che aprire un ulteriore fronte, muovendosi contro un nemico ancora più forte di Hamas ed Hezbollah. E infatti io non intendo sostenere che la guerra all’Iran sia stata voluta per cercare la vittoria mancata a Gaza e in Libano. La mia idea è, invece, che tale mancata vittoria abbia indotto Netanyahu a cambiare i propri intenti: penso cioè che questa nuova guerra non l’abbia voluta per ottenere una vittoria, bensì soltanto per innalzare ulteriormente il livello di impegno militare di Israele. E’ chiaro che, una volta assunto un simile obiettivo, la forza dell’Iran deve essergli parsa un incentivo a cimentarsi con esso, anziché un fattore suscettibile di dissuaderlo dal cercare lo scontro.
Ma perché Netanyahu dovrebbe volere rendere ancora più gravoso lo sforzo militare sostenuto dal suo paese? La risposta è: per portarlo sull’orlo dell’abisso. Lo stato di guerra permanente sta debilitando Israele, compromettendo le attività economiche (il suo è un esercito di leva, dunque la guerra sottrae forza lavoro a queste ultime), eliminando persone e infrastrutture (in particolare, le vittime e i danni causati dai bombardamenti iraniani ora in corso sembrano ingenti, anche se valutarli è difficile, causa la stringente censura) e spingendo molti altri cittadini a emigrare. Il rischio che lo stato ebraico collassi, finendo alla mercé di chi ne vuole la distruzione, è ormai concreto. Per salvare Israele occorre dunque che Netanyahu accetti di rinunciare alle sue politiche di guerra, o meglio ancora di abbandonare la propria carica, in modo da consentire la formazione di una nuova maggioranza di governo non inquinata dalle forze estremiste. E perché Netanyahu sia indotto a compiere questi gesti occorre che vengano meno le motivazioni che l’hanno spinto ad abbarbicarsi al potere e a tenere il paese perpetuamente in guerra: ovvero il pericolo di una condanna. Insomma, io credo che Netanyahu stia scientemente ponendo il suo paese a rischio di dissoluzione per costringere il Presidente Herzog a concedergli la grazia preventiva che ha chiesto a fine 2025. Mi rendo conto che è un’ipotesi mostruosa: un capo di governo che prende in ostaggio la propria nazione e minaccia di distruggerla se non otterrà ciò che chiede. Ma ricordiamoci sempre di chi stiamo parlando. Per salvarsi dai suoi processi, costui non ha esitato a uccidere 70.000 palestinesi (e a causare la morte, tramite gli effetti indiretti degli attacchi da lui ordinati, di un numero di persone di certo molto più elevato). E’ vero che quelli erano, da un punto di vista sionista, null’altro che “animali parlanti”; ma credo comunque che uno che arriva a compiere simili misfatti pur di tutelare i propri interessi sia capace di sacrificare, sull’altare di questi, anche la sua stessa gente.
Veniamo adesso agli Stati Uniti. In verità, una volta trovata una spiegazione razionale per l’agire israeliano, potremmo interpretare quello dell’amministrazione Trump semplicemente facendolo discendere da quest’ultimo: Israele voleva la guerra, ergo gli USA hanno dovuto volere la guerra. Si tratta di uno scenario che io stesso avevo prefigurato, nell’articolo del 6 ottobre 2025. D’altronde, l’influenza che il primo dei due stati riesce ad avere sul secondo, e su questa amministrazione in particolare, è innegabile, e per motivarla abbiamo solo l’imbarazzo della scelta (sostegno finanziario di Israele e degli ebrei sionisti americani ai politici ora al governo, appartenenza di alcuni di questi all’area del sionismo cristiano, probabile detenzione da parte del Mossad di materiale ricattatorio fornito dall’agente Epstein). In più, è possibilissimo che Israele abbia fornito a Trump informazioni false in merito alla situazione interna dell’Iran, tese a convincerlo che la guerra sarebbe stata una passeggiata di salute (dissenso politico così forte e diffuso da potersi trasformare alla prima occasione in aperta rivolta, minoranze separatiste pronte ad insorgere, gruppi armati curdi schierati appena oltre il confine). Io, però, ora sospetto che gli americani abbiano maturato l’intenzione di attaccare a prescindere dal lavorio svolto dagli israeliani per fargli scegliere questa opzione. E la parola chiave per comprendere la loro decisione è di nuovo “disperazione”.
Ciò che è accaduto, a mio avviso, è questo. I trumpiani di stretta osservanza (quelli del “Make America Great Again”, insomma) puntavano a rafforzare economicamente gli USA tramite il protezionismo e la stipula di trattati commerciali ad essi favorevoli. Questa politica, tuttavia, si è dimostrata inefficace proprio nei confronti del principale rivale del paese. La Cina, infatti, dispone di una capacità di ricatto nei confronti degli Stati Uniti tale da porla in condizione di rintuzzare i tentativi dei medesimi di piegarla ai loro voleri (si veda, al riguardo, l’articolo in due parti del 6 e 21 novembre 2025). Questo fallimento ha inciso sugli equilibri di potere interni all’amministrazione, la quale si caratterizza per la coesistenza di MAGA e di neoconservatori (la fazione più guerrafondaia della classe politica statunitense), in ragione del fatto che i secondi si erano incistati troppo in profondità nel corpo del Partito Repubblicano perché l’affermazione del trumpismo ne segnasse la loro marginalizzazione. Ovviamente, il riequilibrio che si è avuto è consistito in un maggiore credito assunto dalle posizioni dei “neocon”, per i quali la guerra rappresenta la panacea di tutti i mali. E così Trump ha finito per dismettere i panni del portatore di pace (e aspirante al relativo Nobel), per assumere una postura di segno opposto.
Anche per Trump, quindi, quella contro l’Iran è una “guerra della disperazione”. Non essendo riuscito a piegare la Cina tramite la guerra commerciale, si è rassegnato a provarci con la guerra senza aggettivi. Una guerra che, beninteso, non è rivolta contro la Cina stessa, essendo questa un boccone troppo grosso da mandare giù, ma che comunque la colpisce indirettamente, riguardando un paese che per essa è importante, come fornitore di petrolio e come potenziale corridoio di transito delle proprie merci (come spezzone della nuova via della seta, insomma).
L’idea di fondo degli americani è proprio quella di compromettere le possibilità della Cina di usare l’Iran come pompa di benzina e come snodo ferroviario. Acquisita questa capacità, essi disporranno di un’importante leva negoziale nei suoi riguardi, ossia – detto in termini più brutali – diverranno in grado di ricattarla a propria volta (“Tu mi puoi negare le terre rare? E io ti posso negare il petrolio”). Il bello di questo piano, dal loro punto di vista, è che per essere attuato non serve combattere una guerra e vincerla, in modo da sottomettere la leadership iraniana; basta essere in grado di precipitare la regione nel caos, rendendola così inutilizzabile. E si spiega in tal modo come mai anch’essi non abbiano esitato a lanciarsi in questa sciagurata impresa.
In verità, per il momento neppure questo secondo risultato sta venendo conseguito nella misura in cui servirebbe: infatti l’Iran ha reagito all’attacco assumendo il controllo dello stretto di Hormuz, ma non ha bloccato indiscriminatamente il passaggio delle petroliere e delle altre navi, consentendo invece il passaggio di quelle dei paesi non ostili (tra i quali vi è ovviamente la Cina). Un’azione militare condotta in quel punto, tuttavia, potrebbe renderlo di fatto impraticabile, sicché Trump ha ancora la possibilità di condurre a buon fine questa operazione di “chaos-building”; tanto più che per riuscirvi non dovrebbe necessariamente strappare all’Iran tale controllo (impresa irrealistica, in quanto richiederebbe l’annichilimento delle capacità militari del nemico), ma gli basterebbe mantenere quel braccio di mare in stato di guerra (come nel caso del conflitto complessivamente inteso, vale il principio secondo cui non occorre puntare a un’improbabile vittoria militare, perché lo scatenamento del caos è già sufficiente a procurare il risultato desiderato). Il problema è che una simile operazione comporterebbe per gli USA il pagamento di un gravoso tributo di sangue; si capisce perciò come mai Trump stia cercando di spingere i suoi vassalli europei e arabi a farsene carico.
Alla luce di queste considerazioni, mi pare che si capiscano meglio un bel po’ di cose. Per esempio, perché si sia dato inizio alla guerra con due azioni eclatanti (in senso negativo), quali l’omicidio dell’ayatollah Khamenei e il bombardamento di una scuola che ha provocato il massacro di 170 studentesse. La guerra deve durare a lungo, per potere logorare la Cina al punto da indurla a più miti consigli; pertanto, è necessario che i dirigenti politici e i civili iraniani mantengano un atteggiamento intransigente, che li renda disposti a tollerare anche lutti e distruzioni di enorme entità pur di non scendere a patti col nemico. La brutalità subito dimostrata dagli aggressori è dunque servita, verosimilmente, ad esacerbare gli animi degli uni e degli altri, rendendo improponibile la prospettiva di fermare il conflitto mediante trattative e soluzioni di compromesso.
Si capisce meglio, inoltre, la logica dell’attacco al Venezuela ad inizio anno. C’è chi sostiene che il facile successo conseguito in Sud America abbia ringalluzzito Trump, inducendolo a nutrire un ottimismo ingiustificato circa le possibilità di successo dell’aggressione all’Iran. Questa, però, è un’ipotesi assai opinabile: come si sarebbe potuto considerare un blitz finalizzato al rapimento di un capo di stato un valido test delle capacità degli USA di sostenere un vero e proprio conflitto? È maggiormente plausibile che non sia stato il successo in Venezuela a far decidere all’amministrazione americana l’attacco all’Iran, bensì la decisione di attaccare l’Iran a rendere necessario, preliminarmente, il conseguimento di un successo in Venezuela. Era infatti prevedibile che l’attacco e il conseguente blocco di Hormuz avrebbero determinato una riduzione della disponibilità di petrolio a livello mondiale: assicurarsi il controllo dei giacimenti venezuelani, pertanto, per gli USA risultava opportuno nell’ottica della tutela della sicurezza energetica nazionale. (Per inciso, il Venezuela aveva anche il torto – dal punto di vista americano – di essere un fornitore della Cina; però il suo ruolo era meno importante di quello ricoperto dall’Iran, ragion per cui non sopravvaluterei questo fattore, quale movente dell’operazione).
E si capisce anche perché Trump si produca in affermazioni contraddittorie che destabilizzano le borse, provocando saliscendi del valore di certi titoli azionari (segnatamente, di quelli delle società petrolifere). Il cattivo andamento della guerra e le sue ricadute sul costo della vita potrebbero costare molto ai repubblicani in termini di consensi. Se il Partito Democratico riassumesse la guida del Congresso, in una situazione segnata anche in seno al “popolo MAGA” da una diffusa sfiducia nei confronti del Presidente, esso potrebbe decidere di agire contro quest’ultimo con la massima durezza, avendo il potere di farlo e non dovendo temere veementi reazioni popolari (in stile 6 gennaio 2021, per intenderci). Quindi Trump potrebbe ritrovarsi fra capo e collo nientemeno che un procedimento di impeachment: motivazioni, fondate o meno, per portarlo avanti se ne troverebbero senz’altro (Epstein, operazioni militari condotte senza preventiva autorizzazione del Congresso, qualche altra forma di abuso di potere; oppure potrebbero rispolverare le accuse che furono all’origine dei precedenti due tentativi di incriminazione). Tutto questo Trump deve averlo messo in conto sin dall’inizio (proprio perché le difficoltà in cui gli USA si sono imbattuti erano prevedibili); appare perfettamente logico, pertanto, che egli si stia servendo di suoi prestanome per speculare in borsa sulle oscillazioni dei titoli che lui stesso causa (e che pertanto tali soggetti sono in grado di prevedere), in modo da accumulare un bel po’ di denaro liquido da parcheggiare su conti esteri e disporre così di un patrimonio cui poter attingere senza difficoltà nel momento in cui fosse costretto a lasciare di corsa gli Stati Uniti.
Nota a margine: e in tutto questo bailamme, i governanti europei cosa faranno? Di certo non la cosa più logica, ovvero voltare le spalle agli USA per ottenere dall’Iran l’uscita da Hormuz del petrolio che acquistano (solo quello spagnolo ha avuto tanto buon senso) e cassare le sanzioni alla Russia per aumentare l’offerta complessiva di idrocarburi e calmierarne così i prezzi. In verità, dei tentativi di smarcamento si stanno verificando; ma Trump sta reagendo efficacemente, puntando contro tali governanti una pistola carica: la minaccia di abbandonare la NATO. Una ben strana minaccia, si potrebbe pensare: in pratica, sta dicendo loro “Se non mi obbedite, io vi rendo la vostra libertà”. Ma funziona. Non perché i nostri politici abbiano realmente paura che le orde russe possano marciare sino a Lisbona; ma perché essi vivono nel terrore che un giorno i popoli su cui inferiscono si diano una svegliata e vengano a prenderli. Quando ritieni possibile che un’insurrezione ti sbalzi dal trono al patibolo, la presenza sul territorio del tuo paese di un esercito di occupazione straniero può apparirti molto rassicurante.

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