Nel ripercorrere la lunga storia dell’ENI, dobbiamo necessariamente riservare ampio spazio alle vicende connesse alla morte di Mattei, le quali sono assurte nel tempo a caso emblematico dell’ostracismo che in Italia spesso ha dovuto subire chi si è speso in difesa dell’interesse nazionale. Partiremo, pertanto, proprio da tale snodo, valutandone le conseguenze per l’azienda e le interpretazioni che ne sono state date.
Prima di cominciare, riteniamo doverosa una segnalazione. L’intera nostra analisi si baserà su quanto scritto in due soli libri, che fra i vari disponibili sulla questione ci sono parsi particolarmente utili ai fini di una sua puntuale ricostruzione storica. Si tratta di “Enrico Mattei. Petrolio e complotto italiano” di Giorgio Galli (Baldini Castoldi Dalai, 2005) e de “Il miracolo scippato. Le quattro occasioni sprecate della scienza italiana negli anni sessanta” di Marco Pivato (Donzelli, 2011), cui pertanto rimandiamo i lettori in cerca di conferme e approfondimenti. Raccomandiamo in particolare il testo di Galli, in quanto - a differenza dell’altro - tratta anche di eventi successivi alla morte di Mattei.
Enrico Mattei, com’è noto, era l’uomo che aveva propugnato la nascita dell’Ente Nazionale Idrocarburi e che ne era stato presidente sino alla morte, avvenuta nell’ottobre del 1962. La sua intraprendenza era risultata altamente meritoria, in quanto l’attività dell’ENI aveva assicurato all’Italia gli approvvigionamenti energetici a costi contenuti di cui la nostra industria abbisognava per il proprio sviluppo, che l’iniziativa privata non sarebbe stata in grado di garantire. I benefici apportati dall’ENI alla nostra economia, tuttavia, erano stati limitati dalla sua persistente dipendenza dal petrolio venduto a prezzo di cartello dalle grandi compagnie angloamericane. Mattei si era adoperato perché l’ENI giungesse a disporre di risorse proprie, ma senza riuscirvi; e dopo la sua morte questa situazione si perpetuò, giacché il suo immediato successore Eugenio Cefis (presidente solo dal 1967, ma cui di fatto sin dal 1963 fu affidata la direzione dell’azienda) non provò neppure a conseguire tale obiettivo, accontentandosi di mantenere l’ente nella condizione di distributore di petrolio altrui e di alleato subalterno delle compagnie straniere. Nel periodo successivo alla gestione Cefis (il quale lasciò l’azienda nel 1971), l’ENI sarebbe poi riuscito a dotarsi in apprezzabile misura di petrolio proprio; ma gli effetti negativi della svolta del 1963 si sarebbero comunque fatti sentire per un lungo periodo di tempo (forse addirittura per un ventennio).
Per la condotta di Cefis, in verità, potremmo tentare di trovare delle giustificazioni. È stato difatti rilevato che nel 1962 l’ENI versava in notevoli difficoltà finanziarie, a causa delle enormi spese sostenute per esplorazioni rivelatesi infruttuose (e quindi incapaci di ripagare i propri costi), e che per questa ragione lo stesso Mattei, dopo avere per anni mantenuto un atteggiamento di sfida nei confronti dei giganti del petrolio, si era deciso a scendere a patti con essi. Potremmo perciò sostenere che in realtà Cefis non fece altro che raccogliere l’eredità di Mattei. Una simile conclusione, però, è confutabile rilevando come dalle proposte di accordo di cui si è oggi a conoscenza non emerga una volontà di Mattei di rinunciare durevolmente al progetto di un ENI produttore petrolifero: presumibilmente, questi vedeva nella stipula di accordi di fornitura con le multinazionali soltanto uno strumento funzionale a far recuperare all’ente la propria floridezza finanziaria, in modo da rendere in seguito possibile un nuovo tentativo di espansione nell’ambito dell’attività estrattiva. Dal momento che la politica di Cefis si sostanzierà proprio in una rinuncia di tal fatta, non è dunque legittimo considerarla la continuazione di quella del suo predecessore. Alla nostra argomentazione si potrebbe però ribattere che, evidentemente, Cefis aveva ereditato un ENI a tal punto indebolito da non poter agire in altro modo, vuoi perché il suo risanamento imponeva proprio un duraturo ridimensionamento degli investimenti, vuoi perché l’assoluta necessità di stipulare accordi di fornitura con le sue potenti rivali consentiva a queste ultime di dettarne i termini nella maniera ad esse più favorevole. Tuttavia, se si approfondisce ulteriormente la nostra conoscenza dell’ENI di Mattei, anche questa obiezione perde credibilità. Infatti la situazione dell’ente, per quanto difficile, non era comunque così disperata da imporgli la stipula di un accordo a qualunque costo o la spontanea rinuncia alle sue ambizioni originarie, in quanto per far fronte ai debiti che aveva accumulato verso le banche poteva contare sui cospicui profitti che continuava a ricavare dalle proprie attività e sull’ascendente che aveva sugli ambienti governativi (del quale avrebbe potuto servirsi per ottenere assegnazioni di risorse pubbliche). Per di più le sue prospettive di sviluppo futuro, malgrado gli insuccessi accumulati, apparivano ancora rosee, in ragione delle promettenti possibilità di espansione che per esso si profilavano nel Sinai, in Algeria e in Libia.
Nell’esaminare le vicende dell’ENI posteriori alla morte di Mattei, inoltre, non dobbiamo limitarci a considerare la sola ricerca di nuovi giacimenti. Nel 1962 il presidente stava lavorando a un accordo con l’Algeria, finalizzato alla realizzazione di un metanodotto collegante quel paese alla Sicilia e all’accesso dell’ente alle sue riserve di petrolio, ma sotto la gestione Cefis questo progetto non si concretizzò. Ciò pure contribuì a mantenere l’ENI dipendente dalle forniture di idrocarburi delle maggiori compagnie, in particolare dalle importazioni di gas naturale libico per mezzo di navi metaniere. Ci pare arduo trovare una giustificazione anche per una simile condotta.
Riepilogando, va riconosciuto che dopo la morte di Mattei l’ENI subì le conseguenze di un cambio di strategia non imposto dagli eventi, che ne ridimensionò il ruolo, procurando danno ad esso e all’economia del paese. Per comprendere come ciò sia potuto accadere, occorre chiarire che la politica di Mattei non aveva mai rappresentato la diretta espressione della volontà del ceto di governo (per il quale, in senso lato, egli lavorava, essendo l’ENI di proprietà pubblica): al contrario, essa da parte di quest’ultimo aveva sempre ricevuto un appoggio malfermo, per un verso motivato dalla consapevolezza che quanto il presidente faceva andava a vantaggio della collettività, ma per l’altro incrinato dall’influenza che sulle forze di maggioranza riuscivano ad avere interessi nazionali ed esteri in contrasto con quello generale del paese, nonché da altri fattori di cui tra poco diremo. La prima battaglia che Mattei dovette condurre fu quella per la mera sopravvivenza dell’AGIP (agente dello stato in campo petrolifero prima della fondazione dell’ENI), lascito del regime fascista la cui chiusura era auspicata sia dal governo statunitense, sia dalle aziende private nazionali attive nei settori dell’estrazione di idrocarburi, della produzione di energia a mezzo dei medesimi e della petrolchimica (le quali evidentemente comprendevano che la presenza dello stato in tali ambiti avrebbe sottratto loro spazi d’intervento). Anche la concessione al neonato ENI del monopolio sulla ricerca e sullo sfruttamento dei giacimenti metaniferi e petroliferi padani incontrò forti resistenze in ambito governativo, che furono vinte grazie alla pressione esercitata dai partiti d’opposizione, e lo stesso si può dire di ogni successiva mossa compiuta da Mattei per rafforzare l’ente (come l’acquisto di petrolio sovietico a buon mercato). Per quanto possa apparire paradossale, è insomma indubitabile che per poter perseguire l’interesse della nazione il manager marchigiano abbia dovuto porsi costantemente in urto con lo stato.
Per rafforzare l’incerto appoggio politico di cui disponeva ed attenuare gli effetti concreti dell’ostilità che nel contempo subiva, Mattei si avvalse di due strumenti. Il primo di essi fu una gestione autocratica dell’ente, vale a dire una gestione accentrata nelle sue mani e quindi sottratta al controllo del ceto di governo: in tal modo, quest’ultimo ebbe limitate possibilità di contrastare in anticipo le scelte del presidente, trovandosi spesso dinanzi a operazioni già intraprese da cui non avrebbe potuto recedere senza clamore (e quindi senza assumersi pubblicamente la responsabilità del danno che ciò avrebbe causato al paese). Il secondo fu il condizionamento dei partiti, perseguito tramite il controllo del quotidiano “Il Giorno” e soprattutto tramite il loro sistematico finanziamento. Naturalmente, tali comportamenti - additati all’opinione pubblica senza inquadrarli nel contesto che ne aveva motivato l’assunzione - divennero per i suoi avversari argomenti utili a screditarlo; il principale effetto controproducente che da questi derivò, tuttavia, fu un altro. Sottraendosi al giudizio dei governanti e proponendosi ad essi quale manipolatore anziché quale interlocutore, verosimilmente Mattei favorì il diffondersi di sentimenti di diffidenza - quando non di ostilità - nei propri riguardi anche in ambienti politici che sarebbero stati in grado di apprezzare i suoi intenti: per un osservatore esterno, infatti, era difficile comprendere se la sua aggressiva strategia espansionistica costituiva soltanto una risposta razionale ai problemi di approvvigionamento energetico dell’Italia o se ad informarla erano anche delle ambizioni di potere personale. Il fatto che Mattei si fosse costruito un’immagine pubblica più da capopopolo che da tecnocrate (tramite dichiarazioni in cui si presentava quale conduttore di una battaglia contro potentati statuali ed economici che opprimevano e umiliavano l’Italia) doveva poi contribuire ad alimentare sospetti di tal fatta. In ragione di ciò, anche quando in seno alla Democrazia Cristiana, dalla metà degli anni Cinquanta in poi, andò affermandosi una corrente favorevole all’intervento pubblico in economia (capace di esprimere personalità di grande spessore, quali Fanfani e Moro), non si costituì un ampio fronte politico animato dai medesimi intendimenti del presidente dell’ENI, col risultato che ancora nel 1962 la strategia dell’ente petrolifero costituiva non un aspetto particolare della politica governativa, bensì una politica parallela a quest’ultima.
In merito al rapporto di Mattei con le forze politiche, va sottolineata altresì la funzione intenzionalmente destabilizzatrice che avevano i finanziamenti da lui destinati alla Democrazia Cristiana. Egli difatti sosteneva nello stesso momento figure e correnti diverse, in modo da impedire che un singolo dirigente o gruppo diventasse tanto forte da poterlo condizionare. È da credere che un simile atteggiamento accrescesse ancor più la diffidenza e l’ostilità nei suoi riguardi, rendendolo inviso finanche a quei dirigenti politici che beneficiava (che si vedevano posti in competizione con altri, al fine di essere mantenuti in uno stato di subordinazione verso di lui, e che per effetto dell’equilibrio di forze interno alla DC da lui determinato scontavano anche una più generale limitazione della propria libertà di azione).
Alla condizione di isolamento di Mattei rispetto al mondo politico si aggiungeva poi una scarsa condivisione dei suoi obiettivi in seno allo stesso ENI, dovuta a quella medesima gestione accentratrice di cui si è detto. Per questo insieme di ragioni, l’azione dell’ente venne dunque a configurarsi essenzialmente come il frutto della volontà del suo presidente: una caratteristica che la esponeva al rischio di subire drastici cambiamenti nel momento in cui la presenza di questi fosse venuta meno. Ciò fu esattamente quel che accadde dopo il 1962: morto Mattei (e morto proprio in un momento in cui le difficoltà dell’ENI rendevano ancora più facile sia dubitare in buona fede della bontà della sua gestione, sia screditarla interessatamente), l’esecutivo si affidò a un dirigente dagli intendimenti del tutto diversi dai suoi.
Beninteso, con tutta probabilità Cefis si propose al ceto di governo come il liquidatore non di una politica volta a garantire all’Italia una relativa autosufficienza energetica, bensì soltanto degli eccessi della medesima (e parallelamente come intenzionato non a ridimensionare, bensì a risanare l’ente), in modo da guadagnarsi il favore anche della sua componente più progressista. Una volta in carica non ebbe poi difficoltà a perseguire i propri obiettivi, dal momento che quest’ultima vide la propria libertà d’azione gravemente limitata. Nel corso degli anni Sessanta, infatti, diminuirono e poi vennero meno del tutto i finanziamenti statunitensi alla Democrazia Cristiana: questa venne così a dipendere in misura crescente dai contributi versati dalle grandi imprese pubbliche e private, le quali di conseguenza divennero maggiormente in grado di orientarne le decisioni. Ciò significa che Cefis poté sfruttare il ruolo dell’ENI quale finanziatore della politica per impedire che questa contestasse la sua mancanza d’iniziativa (esattamente come Mattei aveva potuto servirsene per impedire che contestasse la propria intraprendenza); e significa anche che le compagnie petrolifere angloamericane poterono fare leva sul proprio ruolo di finanziatrici per dissuadere i nostri governanti dall’interferire con le scelte di Cefis, che in tutta evidenza andavano a loro vantaggio. A tale riguardo, è interessante rilevare come nel periodo 1963-1971 la società statunitense Esso abbia dotato la sua filiale italiana di fondi neri, che vennero da questa impiegati per finanziare esponenti delle forze governative: il fatto che questa mossa abbia seguito di pochissimo la svolta impressa da Cefis, difatti, induce a vedere in essa un’azione mirante proprio a consolidare il nuovo corso dell’ente petrolifero, scongiurando il rischio che in sede politica sorgessero iniziative volte a contrastarlo.
Neppure all’interno dell’ENI poté svilupparsi un’efficace azione di contrasto della politica di Cefis. Ciò ovviamente dipese dalla già menzionata gestione autocratica di Mattei, la quale non soltanto aveva limitato la condivisione in seno all’ente della visione di quest’ultimo, ma aveva anche impedito l’emergere di altre figure dirigenti capaci ed autorevoli, in grado di continuare l’opera del defunto presidente e di poterne rivendicare i meriti dinanzi al governo.
Chiarite le ragioni per cui fu possibile liquidare repentinamente l’eredità di Mattei, rimane da comprendere perché si volle farlo. Senz’altro, Eugenio Cefis agì guidato da interessi personali: in particolare, sappiamo che la rinuncia a portare avanti il progetto del gasdotto algerino fu seguita dall’affidamento della gestione delle navi metaniere che fornivano all’ENI il gas libico a una società di cui lo stesso Cefis era socio. È presumibile, tuttavia, che egli abbia operato anche come rappresentante di quei soggetti interessati a una moderazione delle ambizioni dell’ente pubblico. Ci riferiamo ovviamente alle grandi società petrolifere anglosassoni, che in virtù di tale moderazione poterono mantenere sul mercato italiano una condizione di predominio quali fornitrici di idrocarburi, ma anche agli operatori privati nazionali del settore, che vedevano minacciate dall’attivismo dell’ENI le loro possibilità di ampliare il proprio raggio d’azione o addirittura di mantenere quello esistente. D’altronde, Cefis risulta avere coltivato rapporti personali con esponenti di entrambi gli ambiti: si consideri al riguardo che la citata società di gestione di navi metaniere, i cui profitti furono garantiti dalla mancata realizzazione del gasdotto algerino, annoverava tra i propri soci anche il petroliere italiano Moratti e il presidente della Esso italiana Cazzaniga.
Sin qui abbiamo trattato della morte di Mattei unicamente per analizzare le ricadute che ebbe sull’azienda. Dobbiamo affrontare, tuttavia, anche la questione dell’identità e del movente di chi della sua scomparsa fu responsabile, giacché è stato acclarato che egli fu vittima di un attentato e va presa in considerazione l’ipotesi che lo si sia voluto uccidere proprio per colpire l’ENI. Poiché si tratta di un argomento che non può essere esaurito in poche righe, ad esso ci dedicheremo nella seconda parte di questo articolo.

Commenti
Posta un commento