Sette storie per non dormire: l'ENI (parte 2)
In questa seconda parte dell’articolo sull’ENI continueremo a trattare della vicenda di Enrico Mattei, stavolta però rivolgendo la nostra attenzione al mistero che circonda la sua morte; e di seguito illustreremo la storia dell’ente nel periodo che non abbiamo ancora considerato, ovvero in quello successivo agli anni della gestione Cefis.
Negli anni Novanta, la riapertura dell’inchiesta sulla sciagura aerea di cui Mattei fu vittima ha portato ad acclarare definitivamente che questa fu di origine dolosa, in quanto è stata rilevata la presenza di esplosivo a bordo del velivolo su cui viaggiava. I mandanti dell’attentato, però, rimangono tuttora sconosciuti, ragion per cui al riguardo possiamo avanzare soltanto delle congetture.
L’ipotesi che ha riscosso maggiore successo è quella che vede Mattei vittima di trame imperialistiche internazionali: la sua ambizione di sfidare le grandi compagnie angloamericane, contendendo loro l’accesso ai giacimenti, avrebbe cioè indotto queste ultime, o il governo di una delle nazioni cui esse appartenevano, a eliminarlo. La sua uccisione è stata però ricondotta anche a un movente strettamente politico: secondo quest’ultima ricostruzione, il manager italiano avrebbe pagato le sue aspirazioni neutraliste, che non soltanto avrebbero orientato la politica dell’ENI (determinando l’acquisto di petrolio sovietico), ma avrebbero finanche messo a repentaglio la permanenza dell’Italia nell’alleanza atlantica (data l’influenza che egli riusciva ad avere sui nostri governanti).
Quanto risultano credibili questi scenari? In merito alla percezione che in ambito britannico e statunitense si aveva dell’ENI quale rivale delle maggiori compagnie petrolifere (le cosiddette “sette sorelle”), le informazioni di cui disponiamo non sono di segno univoco: se è vero che nel settembre del 1957 un ufficio coordinante le diverse agenzie statunitensi di intelligence sottopose al Consiglio per la Sicurezza Nazionale un rapporto in cui definiva Mattei una minaccia per la politica statunitense e sosteneva la necessità di porre termine alla sua azione, è vero pure che il Segretario di Stato Dulles e il Presidente Eisenhower respinsero ogni richiesta d’intervento, esprimendo dubbi sull’effettiva capacità dell’ENI di sconvolgere l’ordine petrolifero mondiale, date le sue dimensioni insignificanti (a paragone di quelle dei colossi americani); e similmente il governo britannico, se in principio temette che l’ENI potesse destabilizzare il Medio Oriente, dopo avere esaminato un rapporto redatto dalla Shell e dalla BP pervenne anch’esso alla conclusione che una società piccola e finanziariamente debole quale l’ENI non costituiva una minaccia. A onor del vero, se andiamo avanti nel tempo sino alla vigilia della morte di Mattei vediamo riemergere un atteggiamento ostile da parte inglese (per il Foreign Office e il Ministero dell’Energia egli avrebbe posto a repentaglio gli interessi nazionali in Africa, Medio Oriente e Asia); ma in compenso assistiamo allo stabilirsi di buoni rapporti tra questi e l’amministrazione Kennedy. Difatti il Presidente degli Stati Uniti, aspirando ad avere un maggiore controllo della situazione italiana in un frangente delicato come quello che si stava delineando (all’epoca stava per realizzarsi l’ingresso del PSI nell’esecutivo), ritenne necessario poter contare sull’amicizia di un uomo che, sugli ambienti politici nazionali, esercitava una notevole influenza; pertanto si adoperò per aiutare l’ENI a superare la fase di difficoltà in cui si trovava, facendo pressioni sulla Esso perché vendesse all’azienda italiana petrolio a prezzo di favore. Vi è dunque da chiedersi in quale misura alle dichiarate ambizioni di Mattei di combattere lo strapotere delle maggiori compagnie petrolifere abbia corrisposto un’effettiva capacità dell’azienda italiana di minacciare gli interessi di queste ultime (come pure ci si dovrebbe chiedere in quale misura l’immagine pubblica del Mattei spina del fianco delle sette sorelle, consolidatasi nei decenni sino ai nostri giorni, derivi dalle sue realizzazioni concrete e in quale misura, invece, dalla propaganda da lui stesso orchestrata).
Il fatto che il ruolo di destabilizzatore dell’ordine petrolifero internazionale tradizionalmente attribuito a Mattei sia con tutta probabilità da ridimensionare, tuttavia, non ci autorizza a liquidare come inverosimile l’ipotesi che esso sia stato all’origine del suo assassinio. La politica di accomodamento adottata dal Presidente degli USA, infatti, potrebbe non essere stata condivisa da uno degli apparati di sicurezza di quel paese: esso in tal caso, adottando una logica di corto respiro (da ortodosso e quindi rigido interprete dell’ideologia imperialista statunitense, per così dire), potrebbe avere considerato Mattei null’altro che un insubordinato da eliminare, senza curarsi di valutare la portata effettiva della minaccia da questi arrecata agli interessi nazionali e i benefici ricavabili dall’instaurazione con il medesimo di un rapporto di amicizia. Inoltre non dobbiamo sottovalutare il fatto che, mentre l’America tendeva la mano a Mattei, nel governo britannico stessero sorgendo inedite preoccupazioni per il suo attivismo: questa diversità di atteggiamento, infatti, induce a pensare che ciò che per il gigante americano poteva non costituire una minaccia economica o politica degna di una reazione violenta poteva invece esserlo per il Regno Unito. Infine, non si può escludere del tutto l’ipotesi di un intervento diretto delle maggiori compagnie petrolifere, dal momento che queste, osservando l’agire di Mattei dal ristretto punto di vista dei propri interessi aziendali, avrebbero potuto considerarlo (a ragione o a torto) più pericoloso di quanto non facesse il governo statunitense, i cui giudizi presumibilmente si fondavano su una valutazione di carattere generale degli interessi economici e politici nazionali da tutelare.
Anche se passiamo al vaglio l’ipotesi di un’inaccettabilità dell’azione di Mattei su un piano strettamente politico ci troviamo costretti ad esprimere delle valutazioni ambivalenti. A un suo comportamento che viene usualmente presentato quale fonte di preoccupazioni politiche nel contesto atlantico dell’epoca - l’acquisto di petrolio sovietico - riteniamo sia da attribuire una valenza meno dirompente di quanto non appaia, dal momento che all’epoca a tali forniture facevano ricorso, sia pure in misura inferiore, anche altri paesi occidentali (e non soltanto neutrali, come Austria e Svezia, ma anche alleati degli USA, come Francia e Germania). Se passiamo a esaminare le aspirazioni anziché le azioni concrete, tuttavia, ci troviamo dinanzi a un elemento da non sottovalutare: il fatto che Mattei vagheggiasse un’Italia non più alleata degli Stati Uniti, bensì schierata alla testa dei paesi non allineati. È possibile che a condannarlo sia stato questo suo neutralismo? La sostanziale coincidenza fra la morte di Mattei e la crisi dei missili di Cuba (verificatasi anche quest’ultima nell’ottobre del 1962), la quale costituì uno dei momenti più delicati della guerra fredda, a prima vista rende plausibile una simile ipotesi. È ragionevolmente ipotizzabile, infatti, che in un simile frangente - in cui il passaggio dalla reciproca deterrenza alla guerra guerreggiata appariva un’eventualità concreta e imminente - l’esigenza di assicurarsi contro il rischio della fuoriuscita dell’Italia dall’alleanza atlantica potesse essere avvertita in maniera tanto pressante da rendere accettabile la soluzione dell’eliminazione fisica di una figura assai influente che propugnava proprio una simile defezione. Ad una simile interpretazione, beninteso, si può ancora una volta opporre il fatto che alla vigilia della morte di Mattei il governo americano stesse aiutando l’ENI a superare le proprie difficoltà finanziarie (e quindi lo stesso Mattei a conservare la propria influenza sulla politica italiana), ponendo pertanto in essere un comportamento difficilmente compatibile con una percezione del manager italiano quale seria minaccia agli interessi statunitensi; anche il movente che stiamo ora considerando, tuttavia, può essere attribuito a soggetti interni all’amministrazione americana, ma diversi dalla presidenza, sicché neppure in questo caso tale considerazione risulta conclusiva.
Costituisce comunque un errore ricercare il mandante dell’attentato nei soli ambienti governativi e imprenditoriali anglosassoni, in quanto l’intraprendenza di Mattei aveva suscitato reazioni negative anche in Francia. Vi è dunque la possibilità che siano stati i servizi segreti d’oltralpe a eliminarlo, per bloccare sul nascere la sua penetrazione in Algeria e tutelare così la posizione dell’industria petrolifera francese in quel paese. In verità, a detta di uomini che gli furono vicini, nel 1962 Mattei era ormai considerato anche da De Gaulle come un uomo con cui conveniva mantenere buoni rapporti (dal momento che egli era a sua volta in buoni rapporti con i nuovi governanti algerini) e si profilava pertanto una collaborazione italo-francese nello sfruttamento delle risorse sahariane; ma non si può escludere che le mire dell’italiano superassero quanto la sua controparte era disposta a concedergli, così come neppure in questo caso va tralasciata la possibilità di un’iniziativa autonoma dei servizi segreti. Esiste comunque anche una seconda pista francese, facente capo all’OAS (l’organizzazione terroristica, autrice di moltissimi attentati al principio degli anni Sessanta, che intendeva contrastare la rinuncia del governo francese all’Algeria): questa difatti aveva rivolto minacce a Mattei, che dal suo punto di vista aveva la colpa di avere finanziato il movimento di liberazione algerino (operazione che era all’origine dei citati buoni rapporti dello stesso Mattei con i nuovi governanti del paese arabo).
Dobbiamo interrogarci anche sul ruolo sostenuto dalla mafia. Gli indizi di un suo coinvolgimento nell’attentato non mancano, ma le sue effettive responsabilità rimangono comunque imprecisate. Si è sostenuto che i rapporti dell’organizzazione con l’ENI non fossero buoni, a causa dell’indipendenza di cui dava prova Mattei nell’affidare gli appalti per lavori da compiersi in Sicilia, ma anche che il presidente non l’avesse del tutto tagliata fuori da essi. L’ipotesi di una sua azione autonoma appare dunque, se non improbabile, quantomeno meno convincente di quella di un suo intervento (come esecutrice o fiancheggiatrice) per conto di uno dei soggetti prima citati, cui avrebbe posto a disposizione la propria esperienza in campo criminale e il proprio controllo del territorio siciliano (l’inserimento dell’esplosivo nell’aereo su cui Mattei trovò la morte avvenne probabilmente nell’aeroporto di Catania, dal quale ebbe inizio il suo ultimo viaggio). Il fatto che, all’epoca della morte di Mattei, la CIA non esitasse a servirsi della mafia statunitense per l’organizzazione di attentati ai danni di Fidel Castro e Rafael Trujillo rende plausibile, in particolare, uno scenario che vede la prima, attraverso la mediazione della seconda, ottenere l’assistenza della malavita siciliana.
Anche qualora venisse finalmente acclarata la responsabilità di determinati soggetti esteri, comunque, ciò non dovrebbe farci perdere di vista che le principali cause del mancato compimento del progetto di Mattei vanno ricercate in Italia. Le forze straniere interessate al venir meno delle ambizioni dell’ENI, infatti, poterono contare sulla collaborazione di personalità imprenditoriali, manageriali e politiche nostrane, che si resero intenzionalmente portatrici delle loro istanze o che comunque operarono in modo tale da favorirle, per insufficiente lungimiranza o perché disposte a sacrificare l’interesse generale del paese pur di tutelare quelli settoriali o personali che incarnavano o rappresentavano. Così come la morte di Adriano Olivetti e Mario Tchou non era di per sé suscettibile di determinare il declino della nostra industria informatica, così quella di Mattei avrebbe potuto condizionare l’evoluzione dell’ENI assai meno negativamente di quanto fece, se le sorti dell’ente fossero state a cuore alle classi dirigenti del paese. In definitiva, anche in questo caso l’Italia non scontò tanto un’aggressiva strategia di affermazione dei suoi interessi da parte di qualche potenza straniera, quanto piuttosto la mancata difesa dei propri da parte di chi all’interno del paese avrebbe dovuto assolvere tale compito.
Dobbiamo ora trattare il periodo che va dagli anni Settanta a oggi. Abbiamo visto che col tempo l’ENI riuscì a dotarsi di risorse petrolifere proprie, ascendendo così a quel ruolo di esponente di primo piano dell’industria petrolifera mondiale che Mattei aveva cercato di conferirgli. La sua situazione finanziaria, tuttavia, non andò evolvendo in modo positivo, a causa dei cattivi risultati del proprio ramo chimico. Come abbiamo spiegato in modo dettagliato nell’articolo dedicato all’industria chimica, l’ENI scontò da una parte il suo tentativo di dominare il mercato tramite una politica di espansione troppo aggressiva rispetto all’andamento della domanda e dall’altra le acquisizioni di aziende rivali in crisi che le furono imposte dalla politica. Nel rievocare queste vicende, ancora una volta dobbiamo sottolineare i guasti prodotti dalla subalternità del ceto di governo agli esponenti del potere economico, che lo indussero prima a non esercitare il necessario controllo sugli investimenti tanto dell’ENI quanto degli operatori privati (col risultato che la corsa generalizzata all’ampliamento della capacità produttiva, verificatasi a partire dalla fine degli anni Cinquanta, finì per creare difficoltà a tutti) e poi a imporre al primo di farsi carico delle perdite dei secondi (rilevandone le attività).
Questa condizione di indebitamento rese l’ENI difficilmente difendibile quando, all’inizio degli anni Novanta, partì la campagna mediatica in favore delle privatizzazioni. A peggiorare ulteriormente la sua situazione concorse poi il coinvolgimento dell’azienda nelle indagini sul finanziamento illecito dei partiti, che valse a screditare e ad intimidire la sua dirigenza, la quale in un diverso contesto avrebbe forse potuto difenderla più efficacemente. A quest’ultimo riguardo, vale la pena di rammentare che nel 1993 il suo presidente Gabriele Cagliari fu oggetto di un provvedimento di custodia cautelare palesemente immotivato (giacché il magistrato che indagava sull’ENI avvertì la necessità di interrogarlo soltanto un mese e mezzo dopo il suo arresto), per poi morire - dopo quattro mesi di prigionia - in seguito al soffocamento indotto da un sacchetto di plastica legato al collo: eventi che – benché la sua morte sia stata considerata un suicidio – dovettero dare molto da pensare agli altri manager dell’ente.
Per ridurre il proprio indebitamento, l’ENI dovette dismettere molte attività. Nel 1994 la Nuovo Pignone, produttrice di attrezzature per impianti di estrazione, trasporto e lavorazione di petrolio e gas, fu venduta alla General Electric, sua principale committente. Questo fu un sacrificio pesante, poiché tale azienda aveva raggiunto in alcuni ambiti lo status di maggiore operatore mondiale e in più aveva un portafoglio di ordini tale da assicurarle profitti per un lungo periodo futuro. Fra il 1996 e il 1998 si ebbe poi la cessione di controllate operanti in settori quali la chimica, la metallurgia, l'energia, la raffinazione e distribuzione dei prodotti petroliferi e l'editoria. Di queste operazioni si può tentare di dare una lettura positiva, riconducendole, oltre che alla necessità di fare cassa per ridurre il debito, a una strategia di razionalizzazione utile a concentrare le risorse dell'azienda nel suo ambito fondamentale di attività e a liberarla dal fardello di impegni non redditizi (come quello nella chimica); ma è possibile anche sostenere che esse, riducendo il perimetro d'azione dell'ente, nel complesso abbiano finito per indebolirlo. Del pari, si può ritenere che l'uscita totale o parziale dell'ENI da determinati settori sia stata causa di un indebolimento dei medesimi, mancando sulla scena nazionale altri soggetti che vi operassero avendo alle spalle una potenza finanziaria analoga a quella garantita a tale azienda dai proventi del ramo petrolifero. Particolari recriminazioni suscita, al riguardo, il disinvestimento dal comparto chimico, che in quel periodo stava già subendo un grave ridimensionamento, per effetto della fuoriuscita dal settore della Montedison.
Nel decennio successivo furono compiute delle ulteriori dismissioni, aventi per oggetto alcune importanti società operanti anch’esse nell’ambito della distribuzione degli idrocarburi. Tali cessioni, tuttavia, ebbero all’origine non tanto l’esigenza di reperire risorse (anche se ad essa si può ricondurre la vendita della rete di distribuzione IP, avvenuta nel 2005), quanto piuttosto la liberalizzazione del mercato energetico realizzata – in rispondenza alle direttive dell’UE – a partire dal 2000, per attuare la quale i governanti imposero all’ente di rinunciare a controllare l’intera filiera del gas (dall’approvvigionamento alla vendita agli utenti finali). Esso dovette così vendere la Snam (la società che gestiva l’infrastruttura di trasporto del gas) e la Italgas (la società che del gas curava la vendita). Il capitale di tali aziende fu in parte ceduto alla Cassa Depositi e Prestiti, ma in larga misura finì in mani private. Per favorire l’ingresso sul mercato di nuovi operatori, fu anche stabilito un limite del 50 per cento alla quota di mercato detenibile da parte di una singola azienda, e in più venne limitata la quota di gas che ognuna poteva immettere nella rete. Per effetto di queste misure, nel 2023 l’ENI era diventato il terzo venditore nazionale di gas, con una quota di mercato pari a meno del 14 per cento (al primo posto si era issata la Edison: un’azienda in mani francesi, tanto per ricordare quali interessi favorirono - nei fatti, quando non anche intenzionalmente - le politiche di liberalizzazione di quegli anni).
Infine, dobbiamo rimarcare come si sia avuta una parziale privatizzazione dello stesso ENI: nel 1998 e nel 2001 furono effettuate cospicue vendite di pacchetti azionari della società, che portarono lo stato a detenere appena il 30 per cento del suo capitale. Queste cessioni, come tante altre di quel periodo, vennero giustificate con l’esigenza di ridurre il debito pubblico; ma era evidente che esse avrebbero finito per rivelarsi controproducenti, poiché a fronte di un guadagno immediato avrebbero comportato la rinuncia definitiva a una gran parte dei dividendi che l’ente generava, ragion per cui il loro compimento non può essere ricondotto ad altra motivazione che alla volontà di beneficiare i grandi operatori finanziari, consentendo loro, per l’appunto, di sostituirsi allo stato italiano nella percezione di quei dividendi. Se la classe politica della seconda Repubblica si fosse posta realmente l’obiettivo di abbattere il debito, avrebbe dovuto necessariamente porre in essere – considerata la mole che esso aveva ormai assunto – delle misure sfavorevoli ai creditori, quali il consolidamento del debito stesso (vale a dire la sua conversione in titoli a lunga scadenza o perpetui) o la sua ristrutturazione (ovvero una ridefinizione d’imperio della sua consistenza o dei tassi d’interesse); ma in quest’ultimo trentennio i nostri governanti sono stati troppo fortemente subordinati ai detentori del potere economico perché potessero prendere decisioni contrarie agli interessi della finanza.
Beninteso, queste considerazioni non devono indurci a concludere che lo stato avrebbe potuto continuare a detenere la totalità del capitale dell’ENI. Una parziale privatizzazione dell’ente, infatti, sarebbe stata comunque necessaria, in quanto v’era da porre rimedio al suo indebitamento. Questo, tuttavia, sarebbe stato affrontabile senza depauperare gravemente l’azienda e senza allentare in misura considerevole il controllo pubblico su di essa. Come abbiamo già scritto, l’ENI era sì pesantemente indebitato (la sua divisione chimica aveva accumulato 8.000 miliardi di passività), ma era comunque un’azienda dall’enorme valore (tant’è che allo stato bastò privatizzarne il 15 per cento per ricavare subito 6.000 miliardi); il suo risanamento finanziario, pertanto, sarebbe stato conseguibile attraverso il collocamento sul mercato di quote minoritarie del capitale della holding e delle sue controllate. Anche per l’ENI, inoltre, vale quanto osservato in riferimento all’Alitalia: se le banche non fossero state privatizzate, lo stato avrebbe potuto sfruttare la capacità di investimento che queste avevano assunto dopo il 1992 (in seguito cioè all’abolizione del divieto per le banche di risparmio di detenere partecipazioni in imprese non finanziarie) per imporre loro di entrare nell’azionariato dell’ente, fornendogli così almeno una parte delle risorse finanziarie di cui abbisognava per rimettersi in sesto. L’adozione di una simile strategia avrebbe consentito di mantenere in mani pubbliche la massima parte del capitale della società.
Negli anni Novanta, la riapertura dell’inchiesta sulla sciagura aerea di cui Mattei fu vittima ha portato ad acclarare definitivamente che questa fu di origine dolosa, in quanto è stata rilevata la presenza di esplosivo a bordo del velivolo su cui viaggiava. I mandanti dell’attentato, però, rimangono tuttora sconosciuti, ragion per cui al riguardo possiamo avanzare soltanto delle congetture.
L’ipotesi che ha riscosso maggiore successo è quella che vede Mattei vittima di trame imperialistiche internazionali: la sua ambizione di sfidare le grandi compagnie angloamericane, contendendo loro l’accesso ai giacimenti, avrebbe cioè indotto queste ultime, o il governo di una delle nazioni cui esse appartenevano, a eliminarlo. La sua uccisione è stata però ricondotta anche a un movente strettamente politico: secondo quest’ultima ricostruzione, il manager italiano avrebbe pagato le sue aspirazioni neutraliste, che non soltanto avrebbero orientato la politica dell’ENI (determinando l’acquisto di petrolio sovietico), ma avrebbero finanche messo a repentaglio la permanenza dell’Italia nell’alleanza atlantica (data l’influenza che egli riusciva ad avere sui nostri governanti).
Quanto risultano credibili questi scenari? In merito alla percezione che in ambito britannico e statunitense si aveva dell’ENI quale rivale delle maggiori compagnie petrolifere (le cosiddette “sette sorelle”), le informazioni di cui disponiamo non sono di segno univoco: se è vero che nel settembre del 1957 un ufficio coordinante le diverse agenzie statunitensi di intelligence sottopose al Consiglio per la Sicurezza Nazionale un rapporto in cui definiva Mattei una minaccia per la politica statunitense e sosteneva la necessità di porre termine alla sua azione, è vero pure che il Segretario di Stato Dulles e il Presidente Eisenhower respinsero ogni richiesta d’intervento, esprimendo dubbi sull’effettiva capacità dell’ENI di sconvolgere l’ordine petrolifero mondiale, date le sue dimensioni insignificanti (a paragone di quelle dei colossi americani); e similmente il governo britannico, se in principio temette che l’ENI potesse destabilizzare il Medio Oriente, dopo avere esaminato un rapporto redatto dalla Shell e dalla BP pervenne anch’esso alla conclusione che una società piccola e finanziariamente debole quale l’ENI non costituiva una minaccia. A onor del vero, se andiamo avanti nel tempo sino alla vigilia della morte di Mattei vediamo riemergere un atteggiamento ostile da parte inglese (per il Foreign Office e il Ministero dell’Energia egli avrebbe posto a repentaglio gli interessi nazionali in Africa, Medio Oriente e Asia); ma in compenso assistiamo allo stabilirsi di buoni rapporti tra questi e l’amministrazione Kennedy. Difatti il Presidente degli Stati Uniti, aspirando ad avere un maggiore controllo della situazione italiana in un frangente delicato come quello che si stava delineando (all’epoca stava per realizzarsi l’ingresso del PSI nell’esecutivo), ritenne necessario poter contare sull’amicizia di un uomo che, sugli ambienti politici nazionali, esercitava una notevole influenza; pertanto si adoperò per aiutare l’ENI a superare la fase di difficoltà in cui si trovava, facendo pressioni sulla Esso perché vendesse all’azienda italiana petrolio a prezzo di favore. Vi è dunque da chiedersi in quale misura alle dichiarate ambizioni di Mattei di combattere lo strapotere delle maggiori compagnie petrolifere abbia corrisposto un’effettiva capacità dell’azienda italiana di minacciare gli interessi di queste ultime (come pure ci si dovrebbe chiedere in quale misura l’immagine pubblica del Mattei spina del fianco delle sette sorelle, consolidatasi nei decenni sino ai nostri giorni, derivi dalle sue realizzazioni concrete e in quale misura, invece, dalla propaganda da lui stesso orchestrata).
Il fatto che il ruolo di destabilizzatore dell’ordine petrolifero internazionale tradizionalmente attribuito a Mattei sia con tutta probabilità da ridimensionare, tuttavia, non ci autorizza a liquidare come inverosimile l’ipotesi che esso sia stato all’origine del suo assassinio. La politica di accomodamento adottata dal Presidente degli USA, infatti, potrebbe non essere stata condivisa da uno degli apparati di sicurezza di quel paese: esso in tal caso, adottando una logica di corto respiro (da ortodosso e quindi rigido interprete dell’ideologia imperialista statunitense, per così dire), potrebbe avere considerato Mattei null’altro che un insubordinato da eliminare, senza curarsi di valutare la portata effettiva della minaccia da questi arrecata agli interessi nazionali e i benefici ricavabili dall’instaurazione con il medesimo di un rapporto di amicizia. Inoltre non dobbiamo sottovalutare il fatto che, mentre l’America tendeva la mano a Mattei, nel governo britannico stessero sorgendo inedite preoccupazioni per il suo attivismo: questa diversità di atteggiamento, infatti, induce a pensare che ciò che per il gigante americano poteva non costituire una minaccia economica o politica degna di una reazione violenta poteva invece esserlo per il Regno Unito. Infine, non si può escludere del tutto l’ipotesi di un intervento diretto delle maggiori compagnie petrolifere, dal momento che queste, osservando l’agire di Mattei dal ristretto punto di vista dei propri interessi aziendali, avrebbero potuto considerarlo (a ragione o a torto) più pericoloso di quanto non facesse il governo statunitense, i cui giudizi presumibilmente si fondavano su una valutazione di carattere generale degli interessi economici e politici nazionali da tutelare.
Anche se passiamo al vaglio l’ipotesi di un’inaccettabilità dell’azione di Mattei su un piano strettamente politico ci troviamo costretti ad esprimere delle valutazioni ambivalenti. A un suo comportamento che viene usualmente presentato quale fonte di preoccupazioni politiche nel contesto atlantico dell’epoca - l’acquisto di petrolio sovietico - riteniamo sia da attribuire una valenza meno dirompente di quanto non appaia, dal momento che all’epoca a tali forniture facevano ricorso, sia pure in misura inferiore, anche altri paesi occidentali (e non soltanto neutrali, come Austria e Svezia, ma anche alleati degli USA, come Francia e Germania). Se passiamo a esaminare le aspirazioni anziché le azioni concrete, tuttavia, ci troviamo dinanzi a un elemento da non sottovalutare: il fatto che Mattei vagheggiasse un’Italia non più alleata degli Stati Uniti, bensì schierata alla testa dei paesi non allineati. È possibile che a condannarlo sia stato questo suo neutralismo? La sostanziale coincidenza fra la morte di Mattei e la crisi dei missili di Cuba (verificatasi anche quest’ultima nell’ottobre del 1962), la quale costituì uno dei momenti più delicati della guerra fredda, a prima vista rende plausibile una simile ipotesi. È ragionevolmente ipotizzabile, infatti, che in un simile frangente - in cui il passaggio dalla reciproca deterrenza alla guerra guerreggiata appariva un’eventualità concreta e imminente - l’esigenza di assicurarsi contro il rischio della fuoriuscita dell’Italia dall’alleanza atlantica potesse essere avvertita in maniera tanto pressante da rendere accettabile la soluzione dell’eliminazione fisica di una figura assai influente che propugnava proprio una simile defezione. Ad una simile interpretazione, beninteso, si può ancora una volta opporre il fatto che alla vigilia della morte di Mattei il governo americano stesse aiutando l’ENI a superare le proprie difficoltà finanziarie (e quindi lo stesso Mattei a conservare la propria influenza sulla politica italiana), ponendo pertanto in essere un comportamento difficilmente compatibile con una percezione del manager italiano quale seria minaccia agli interessi statunitensi; anche il movente che stiamo ora considerando, tuttavia, può essere attribuito a soggetti interni all’amministrazione americana, ma diversi dalla presidenza, sicché neppure in questo caso tale considerazione risulta conclusiva.
Costituisce comunque un errore ricercare il mandante dell’attentato nei soli ambienti governativi e imprenditoriali anglosassoni, in quanto l’intraprendenza di Mattei aveva suscitato reazioni negative anche in Francia. Vi è dunque la possibilità che siano stati i servizi segreti d’oltralpe a eliminarlo, per bloccare sul nascere la sua penetrazione in Algeria e tutelare così la posizione dell’industria petrolifera francese in quel paese. In verità, a detta di uomini che gli furono vicini, nel 1962 Mattei era ormai considerato anche da De Gaulle come un uomo con cui conveniva mantenere buoni rapporti (dal momento che egli era a sua volta in buoni rapporti con i nuovi governanti algerini) e si profilava pertanto una collaborazione italo-francese nello sfruttamento delle risorse sahariane; ma non si può escludere che le mire dell’italiano superassero quanto la sua controparte era disposta a concedergli, così come neppure in questo caso va tralasciata la possibilità di un’iniziativa autonoma dei servizi segreti. Esiste comunque anche una seconda pista francese, facente capo all’OAS (l’organizzazione terroristica, autrice di moltissimi attentati al principio degli anni Sessanta, che intendeva contrastare la rinuncia del governo francese all’Algeria): questa difatti aveva rivolto minacce a Mattei, che dal suo punto di vista aveva la colpa di avere finanziato il movimento di liberazione algerino (operazione che era all’origine dei citati buoni rapporti dello stesso Mattei con i nuovi governanti del paese arabo).
Dobbiamo interrogarci anche sul ruolo sostenuto dalla mafia. Gli indizi di un suo coinvolgimento nell’attentato non mancano, ma le sue effettive responsabilità rimangono comunque imprecisate. Si è sostenuto che i rapporti dell’organizzazione con l’ENI non fossero buoni, a causa dell’indipendenza di cui dava prova Mattei nell’affidare gli appalti per lavori da compiersi in Sicilia, ma anche che il presidente non l’avesse del tutto tagliata fuori da essi. L’ipotesi di una sua azione autonoma appare dunque, se non improbabile, quantomeno meno convincente di quella di un suo intervento (come esecutrice o fiancheggiatrice) per conto di uno dei soggetti prima citati, cui avrebbe posto a disposizione la propria esperienza in campo criminale e il proprio controllo del territorio siciliano (l’inserimento dell’esplosivo nell’aereo su cui Mattei trovò la morte avvenne probabilmente nell’aeroporto di Catania, dal quale ebbe inizio il suo ultimo viaggio). Il fatto che, all’epoca della morte di Mattei, la CIA non esitasse a servirsi della mafia statunitense per l’organizzazione di attentati ai danni di Fidel Castro e Rafael Trujillo rende plausibile, in particolare, uno scenario che vede la prima, attraverso la mediazione della seconda, ottenere l’assistenza della malavita siciliana.
Anche qualora venisse finalmente acclarata la responsabilità di determinati soggetti esteri, comunque, ciò non dovrebbe farci perdere di vista che le principali cause del mancato compimento del progetto di Mattei vanno ricercate in Italia. Le forze straniere interessate al venir meno delle ambizioni dell’ENI, infatti, poterono contare sulla collaborazione di personalità imprenditoriali, manageriali e politiche nostrane, che si resero intenzionalmente portatrici delle loro istanze o che comunque operarono in modo tale da favorirle, per insufficiente lungimiranza o perché disposte a sacrificare l’interesse generale del paese pur di tutelare quelli settoriali o personali che incarnavano o rappresentavano. Così come la morte di Adriano Olivetti e Mario Tchou non era di per sé suscettibile di determinare il declino della nostra industria informatica, così quella di Mattei avrebbe potuto condizionare l’evoluzione dell’ENI assai meno negativamente di quanto fece, se le sorti dell’ente fossero state a cuore alle classi dirigenti del paese. In definitiva, anche in questo caso l’Italia non scontò tanto un’aggressiva strategia di affermazione dei suoi interessi da parte di qualche potenza straniera, quanto piuttosto la mancata difesa dei propri da parte di chi all’interno del paese avrebbe dovuto assolvere tale compito.
Dobbiamo ora trattare il periodo che va dagli anni Settanta a oggi. Abbiamo visto che col tempo l’ENI riuscì a dotarsi di risorse petrolifere proprie, ascendendo così a quel ruolo di esponente di primo piano dell’industria petrolifera mondiale che Mattei aveva cercato di conferirgli. La sua situazione finanziaria, tuttavia, non andò evolvendo in modo positivo, a causa dei cattivi risultati del proprio ramo chimico. Come abbiamo spiegato in modo dettagliato nell’articolo dedicato all’industria chimica, l’ENI scontò da una parte il suo tentativo di dominare il mercato tramite una politica di espansione troppo aggressiva rispetto all’andamento della domanda e dall’altra le acquisizioni di aziende rivali in crisi che le furono imposte dalla politica. Nel rievocare queste vicende, ancora una volta dobbiamo sottolineare i guasti prodotti dalla subalternità del ceto di governo agli esponenti del potere economico, che lo indussero prima a non esercitare il necessario controllo sugli investimenti tanto dell’ENI quanto degli operatori privati (col risultato che la corsa generalizzata all’ampliamento della capacità produttiva, verificatasi a partire dalla fine degli anni Cinquanta, finì per creare difficoltà a tutti) e poi a imporre al primo di farsi carico delle perdite dei secondi (rilevandone le attività).
Questa condizione di indebitamento rese l’ENI difficilmente difendibile quando, all’inizio degli anni Novanta, partì la campagna mediatica in favore delle privatizzazioni. A peggiorare ulteriormente la sua situazione concorse poi il coinvolgimento dell’azienda nelle indagini sul finanziamento illecito dei partiti, che valse a screditare e ad intimidire la sua dirigenza, la quale in un diverso contesto avrebbe forse potuto difenderla più efficacemente. A quest’ultimo riguardo, vale la pena di rammentare che nel 1993 il suo presidente Gabriele Cagliari fu oggetto di un provvedimento di custodia cautelare palesemente immotivato (giacché il magistrato che indagava sull’ENI avvertì la necessità di interrogarlo soltanto un mese e mezzo dopo il suo arresto), per poi morire - dopo quattro mesi di prigionia - in seguito al soffocamento indotto da un sacchetto di plastica legato al collo: eventi che – benché la sua morte sia stata considerata un suicidio – dovettero dare molto da pensare agli altri manager dell’ente.
Per ridurre il proprio indebitamento, l’ENI dovette dismettere molte attività. Nel 1994 la Nuovo Pignone, produttrice di attrezzature per impianti di estrazione, trasporto e lavorazione di petrolio e gas, fu venduta alla General Electric, sua principale committente. Questo fu un sacrificio pesante, poiché tale azienda aveva raggiunto in alcuni ambiti lo status di maggiore operatore mondiale e in più aveva un portafoglio di ordini tale da assicurarle profitti per un lungo periodo futuro. Fra il 1996 e il 1998 si ebbe poi la cessione di controllate operanti in settori quali la chimica, la metallurgia, l'energia, la raffinazione e distribuzione dei prodotti petroliferi e l'editoria. Di queste operazioni si può tentare di dare una lettura positiva, riconducendole, oltre che alla necessità di fare cassa per ridurre il debito, a una strategia di razionalizzazione utile a concentrare le risorse dell'azienda nel suo ambito fondamentale di attività e a liberarla dal fardello di impegni non redditizi (come quello nella chimica); ma è possibile anche sostenere che esse, riducendo il perimetro d'azione dell'ente, nel complesso abbiano finito per indebolirlo. Del pari, si può ritenere che l'uscita totale o parziale dell'ENI da determinati settori sia stata causa di un indebolimento dei medesimi, mancando sulla scena nazionale altri soggetti che vi operassero avendo alle spalle una potenza finanziaria analoga a quella garantita a tale azienda dai proventi del ramo petrolifero. Particolari recriminazioni suscita, al riguardo, il disinvestimento dal comparto chimico, che in quel periodo stava già subendo un grave ridimensionamento, per effetto della fuoriuscita dal settore della Montedison.
Nel decennio successivo furono compiute delle ulteriori dismissioni, aventi per oggetto alcune importanti società operanti anch’esse nell’ambito della distribuzione degli idrocarburi. Tali cessioni, tuttavia, ebbero all’origine non tanto l’esigenza di reperire risorse (anche se ad essa si può ricondurre la vendita della rete di distribuzione IP, avvenuta nel 2005), quanto piuttosto la liberalizzazione del mercato energetico realizzata – in rispondenza alle direttive dell’UE – a partire dal 2000, per attuare la quale i governanti imposero all’ente di rinunciare a controllare l’intera filiera del gas (dall’approvvigionamento alla vendita agli utenti finali). Esso dovette così vendere la Snam (la società che gestiva l’infrastruttura di trasporto del gas) e la Italgas (la società che del gas curava la vendita). Il capitale di tali aziende fu in parte ceduto alla Cassa Depositi e Prestiti, ma in larga misura finì in mani private. Per favorire l’ingresso sul mercato di nuovi operatori, fu anche stabilito un limite del 50 per cento alla quota di mercato detenibile da parte di una singola azienda, e in più venne limitata la quota di gas che ognuna poteva immettere nella rete. Per effetto di queste misure, nel 2023 l’ENI era diventato il terzo venditore nazionale di gas, con una quota di mercato pari a meno del 14 per cento (al primo posto si era issata la Edison: un’azienda in mani francesi, tanto per ricordare quali interessi favorirono - nei fatti, quando non anche intenzionalmente - le politiche di liberalizzazione di quegli anni).
Infine, dobbiamo rimarcare come si sia avuta una parziale privatizzazione dello stesso ENI: nel 1998 e nel 2001 furono effettuate cospicue vendite di pacchetti azionari della società, che portarono lo stato a detenere appena il 30 per cento del suo capitale. Queste cessioni, come tante altre di quel periodo, vennero giustificate con l’esigenza di ridurre il debito pubblico; ma era evidente che esse avrebbero finito per rivelarsi controproducenti, poiché a fronte di un guadagno immediato avrebbero comportato la rinuncia definitiva a una gran parte dei dividendi che l’ente generava, ragion per cui il loro compimento non può essere ricondotto ad altra motivazione che alla volontà di beneficiare i grandi operatori finanziari, consentendo loro, per l’appunto, di sostituirsi allo stato italiano nella percezione di quei dividendi. Se la classe politica della seconda Repubblica si fosse posta realmente l’obiettivo di abbattere il debito, avrebbe dovuto necessariamente porre in essere – considerata la mole che esso aveva ormai assunto – delle misure sfavorevoli ai creditori, quali il consolidamento del debito stesso (vale a dire la sua conversione in titoli a lunga scadenza o perpetui) o la sua ristrutturazione (ovvero una ridefinizione d’imperio della sua consistenza o dei tassi d’interesse); ma in quest’ultimo trentennio i nostri governanti sono stati troppo fortemente subordinati ai detentori del potere economico perché potessero prendere decisioni contrarie agli interessi della finanza.
Beninteso, queste considerazioni non devono indurci a concludere che lo stato avrebbe potuto continuare a detenere la totalità del capitale dell’ENI. Una parziale privatizzazione dell’ente, infatti, sarebbe stata comunque necessaria, in quanto v’era da porre rimedio al suo indebitamento. Questo, tuttavia, sarebbe stato affrontabile senza depauperare gravemente l’azienda e senza allentare in misura considerevole il controllo pubblico su di essa. Come abbiamo già scritto, l’ENI era sì pesantemente indebitato (la sua divisione chimica aveva accumulato 8.000 miliardi di passività), ma era comunque un’azienda dall’enorme valore (tant’è che allo stato bastò privatizzarne il 15 per cento per ricavare subito 6.000 miliardi); il suo risanamento finanziario, pertanto, sarebbe stato conseguibile attraverso il collocamento sul mercato di quote minoritarie del capitale della holding e delle sue controllate. Anche per l’ENI, inoltre, vale quanto osservato in riferimento all’Alitalia: se le banche non fossero state privatizzate, lo stato avrebbe potuto sfruttare la capacità di investimento che queste avevano assunto dopo il 1992 (in seguito cioè all’abolizione del divieto per le banche di risparmio di detenere partecipazioni in imprese non finanziarie) per imporre loro di entrare nell’azionariato dell’ente, fornendogli così almeno una parte delle risorse finanziarie di cui abbisognava per rimettersi in sesto. L’adozione di una simile strategia avrebbe consentito di mantenere in mani pubbliche la massima parte del capitale della società.
“E le cessioni funzionali alla liberalizzazione del mercato energetico?” chiederanno a questo punto i lettori. Visto che ci siamo lanciati in questo esercizio di storia controfattuale, tanto vale affrontare anche questo punto; anche se, abituati come siamo alla sconfortante realtà degli ultimi venticinque anni, il quadro che tratteggeremo rischia di apparire a loro e a noi stessi un chimerico libro dei sogni. Al riguardo, c’è da fare innanzitutto una considerazione piuttosto ovvia: Snam e Italgas potevano essere trasformate in società indipendenti senza cedere a privati gran parte del loro capitale, come invece venne fatto. In tal modo, l’ENI sarebbe stato comunque indebolito, ma si sarebbe preservato il sistema delle aziende energetiche pubbliche. Inoltre, si sarebbe potuta realizzare l’apertura del mercato energetico a nuovi operatori cercando di tutelare quelli pubblici, anziché penalizzarli a vantaggio di attori privati e stranieri. L’obiettivo da perseguire sarebbe stato quello di limitare la perdita di posizioni dell’ENI sul mercato del gas, di fare in modo che a beneficiare di questa fossero altri soggetti pubblici (ENEL e unioni di aziende municipalizzate… l’uno e le altre, beninteso, sottratti a loro volta agli appetiti di investitori privati) e di offrire all’ENI ampie compensazioni di tale perdita, favorendo la sua penetrazione in altri mercati oggetto di liberalizzazione (innanzitutto quello dell’elettricità; ma esso avrebbe potuto svolgere anche un ruolo di detentore di partecipazioni finanziarie in aziende operanti in settori diversi da quelli energetici, quali la telefonia o il trasporto ferroviario). Infine, dobbiamo osservare che una classe dirigente schierata in difesa dell’interesse nazionale si sarebbe posta il problema della convenienza del rispetto delle direttive UE e finanche della permanenza in questa Unione così decisamente orientata al favoreggiamento degli interessi del grande capitale (e prevalentemente di quello franco-tedesco, per di più). Però, come s’è detto, questi sono soltanto dei bei sogni. La realtà, ormai da anni, è quella di un’industria energetica – ENI in testa – trasformata in una mangiatoia per titolari di rendite finanziarie, a spese degli inermi pagatori di bollette, dei settori produttivi della nostra economia e delle sempre più esangui casse dello stato.

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