Una guerra civile

Le odierne società occidentali sono fortemente permeate da conflitti di tipo orizzontale: da conflitti, cioè, che si determinano anche fra soggetti connotati dalla medesima condizione economica, in quanto a suscitarli sono divergenze che discendono dalla diversità di caratteri identitari quali sesso, razza e religione. Il dilagare di tali conflitti non è affatto un fenomeno casuale e spontaneo: essi, all’opposto, vengono consapevolmente fomentati dalle nostre classi dirigenti, le quali mirano per questa via da un lato a far passare in secondo piano le divisioni generate dalla diversità di status economico - e quindi a oscurare la naturale contrapposizione sussistente fra classi lavoratrici e detentori di capitali e mezzi di produzione - e dall’altro a limitare la capacità delle prime di fare blocco contro i secondi. Il risultato finale che esse sperano di conseguire, ovviamente, è quello di smorzare i conflitti verticali (ovvero quelli tra i diversi strati della società) che le divisioni figlie della diversità di status tendono a far sorgere. Si tratta di una strategia tanto efficace quanto crudele, poiché rinfocolando particolarismi e rivendicazioni settarie si possono infliggere danni gravissimi alla tenuta del tessuto sociale, dei quali i comuni cittadini fanno poi le spese nel loro vissuto quotidiano.

Queste considerazioni hanno ispirato il mio ultimo racconto, il quale parla di un conflitto orizzontale che è sfuggito di mano ai suoi favoreggiatori, degenerando in una vera e propria guerra civile. Anticipo però che in esso la questione delle responsabilità all’origine della tragedia in atto è solo accennata: al centro della narrazione, infatti, ho voluto porre il disorientamento e la sofferenza che queste operazioni di ingegneria sociale producono.

Altra avvertenza (che in verità è una classica excusatio non petita): a lettura ultimata, alcuni - o forse tutti - saranno tentati di liquidare il racconto come una gratuita provocazione. A costoro rispondo anticipatamente che la volontà di provocare senz’altro c’è, ma la gratuità del gesto no, in quanto l’ispirazione per scriverlo mi è venuta anche dalle scritte cariche di odio che adornano - nel disinteresse dei media e delle autorità - le facciate dei palazzi nel mio quartiere. Si tratta di slogan rivolti da attivisti appartenenti a un certo raggruppamento sociale ai componenti di un altro, slogan tra i quali se ne contano alcuni che inneggiano addirittura all’assassinio di questi ultimi. Ad oggi quella gente si limita a imbrattare i muri, domani chissà. In ogni caso, il veleno che instilla nel corpo sociale agisce sin d’ora, contribuendo nel suo piccolo all’estinzione di quei legami che debbono innervare una comunità perché essa possa sopravvivere.

Il racconto lo trovate QUI. Come sempre, buona lettura.

Commenti