Una guerra civile
Queste considerazioni hanno ispirato il
mio ultimo racconto, il quale parla di un conflitto orizzontale che è sfuggito
di mano ai suoi favoreggiatori, degenerando in una vera e propria guerra
civile. Anticipo però che in esso la questione delle responsabilità all’origine
della tragedia in atto è solo accennata: al centro della narrazione, infatti,
ho voluto porre il disorientamento e la sofferenza che queste operazioni di
ingegneria sociale producono.
Altra avvertenza (che in verità è una
classica excusatio non petita): a lettura ultimata, alcuni - o forse
tutti - saranno tentati di liquidare il racconto come una gratuita
provocazione. A costoro rispondo anticipatamente che la volontà di provocare
senz’altro c’è, ma la gratuità del gesto no, in quanto l’ispirazione per
scriverlo mi è venuta anche dalle scritte cariche di odio che adornano - nel
disinteresse dei media e delle autorità - le facciate dei palazzi nel mio
quartiere. Si tratta di slogan rivolti da attivisti appartenenti a un certo
raggruppamento sociale ai componenti di un altro, slogan tra i quali se ne contano
alcuni che inneggiano addirittura all’assassinio di questi ultimi. Ad oggi
quella gente si limita a imbrattare i muri, domani chissà. In ogni caso, il
veleno che instilla nel corpo sociale agisce sin d’ora, contribuendo nel suo piccolo
all’estinzione di quei legami che debbono innervare una comunità perché essa possa
sopravvivere.
Il racconto lo trovate QUI. Come sempre, buona lettura.

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