Ucraina: una guerra al rallentatore (prima parte)

[ Interrompo nuovamente la serie delle “storie per non dormire”, per fare il punto, con un articolo in due parti, sul conflitto ucraino, in merito alle cui modalità di svolgimento offro la mia interpretazione e sulla cui possibile evoluzione futura provo a fare qualche ipotesi. ]

E’ buffo come molti russofobi e russofili si ritrovino sostanzialmente d’accordo su un punto: gli scarsi risultati ottenuti sinora da Putin nella sua campagna militare. Ovviamente, l’interpretazione dei fatti cambia a seconda del punto di vista. I primi sostengono che la limitatezza delle conquiste territoriali ottenute dalla Russia dimostra la sua debolezza; i secondi che questa stia combattendo con un braccio dietro la schiena, ovvero che non stia mettendo in campo tutte le ingentissime risorse umane e materiali di cui dispone, perché condizionata dal sentimento di fratellanza che ancora proverebbe verso il popolo ucraino (che la tratterrebbe dall’intraprendere azioni quali massicce campagne di bombardamento dei centri urbani) e dalla speranza di trovare un accomodamento con le potenze occidentali, irragionevolmente mai venuta meno a dispetto dell’inaffidabilità di cui queste hanno ininterrottamente dato prova negli ultimi dodici anni (ossia dal tradimento degli accordi di Mink a quello dello “spirito di Anchorage”) e della persistenza da parte di esse di un atteggiamento minaccioso e sprezzante.

L’assunto su cui si fondano entrambe queste valutazioni, in verità, è alquanto discutibile. Difatti la Russia non sta combattendo soltanto contro l’Ucraina, ma contro tutto l’apparato industriale, logistico e di intelligence della NATO, la quale sta sostenendo quest’ultima nel suo sforzo bellico. Inoltre questo conflitto si sta caratterizzando per l’utilizzo intensivo di droni, a fini sia di ricognizione che di attacco; e ciò rende praticamente impossibile mandare all’attacco forze ingenti senza che siano avvistate e annientate. In terzo luogo, nel periodo 2014-2022 il regime ucraino ha realizzato un imponente sistema di fortificazioni, che ha reso ancora più difficile l’avanzata delle forze russe. Il fatto che per queste ultime la guerra non si sia rivelata una passeggiata, pertanto, non deve sorprendere, né tantomeno indurre a formulare giudizi liquidatori sulle loro capacità militari o sulla determinazione della classe dirigente moscovita.

Rimane pur vero, comunque, che la Russia avrebbe potuto gettare nella mischia un numero assai superiore di uomini (ad oggi al fronte combattono solo l’esercito professionale e i volontari, mentre i giovani di leva – lì esiste ancora il servizio militare obbligatorio – sono risparmiati); come pure che non c’è stato il passaggio a una vera e propria economia di guerra, ovvero una conversione completa dell’apparato industriale alla produzione a fini militari; e che neppure si è scelto di condurre una guerra totale contro il territorio e la popolazione ucraina (anche se i reiterati attacchi a obiettivi civili condotti dal nemico, imponendo ai russi azioni di rappresaglia, un po’ alla volta li hanno spinti sulla scala di un’escalation che ormai ha reso le città ucraine oggetto di aggressioni massicce e sistematiche, ancorché non dirette intenzionalmente contro la popolazione civile). Come si spiega una simile condotta? E quale valutazione se ne può dare? 

Un punto fondamentale da considerare è che la Russia, come i nostri bravi opinionisti ci fanno continuamente notare, è un’autocrazia: non possiamo quindi aspettarci da parte dei suoi governanti la stessa indifferenza verso il consenso popolare che caratterizza le democrazie liberali, le cui classi dirigenti sono asservite ai centri di potere economico che le sostengono finanziariamente e mediaticamente. Inoltre la Russia (al pari delle nazioni occidentali) risulta, a causa del basso tasso di fertilità, un paese in declino demografico, fatto che la sua classe di governo (diversamente da quella occidentale) considera un grave problema (tant’è che in tempi recenti ha deciso di proibire la propaganda dell’omosessualità e dello stile di vita senza figli). Per queste ragioni, Putin avverte la necessità di limitare il più possibile il coinvolgimento della popolazione nello sforzo bellico e le perdite fra chi al fronte c’è andato; e ciò gli impone di condurre la guerra in maniera estremamente cauta. Questa esigenza si è concretata nell’assunzione da parte dell’esercito russo di una postura quasi difensiva (il che è paradossale, considerato che esso è l’invasore). I russi, cioè, dopo una prima massiccia avanzata hanno contenuto i propri sforzi, come se a quel punto fossero interessati soprattutto a preservare i territori immediatamente occupati dai tentativi di riconquista degli ucraini. Si è stabilita così una situazione in cui i primi esercitano soltanto una moderata, ancorché costante, pressione sul fronte, la quale per di più si sostanzia principalmente nell’effettuazione di massicci bombardamenti (resi possibili dal netto vantaggio di cui dispongono sotto il profilo delle dotazioni di artiglieria), in modo da ridurre ulteriormente l’esposizione diretta allo scontro dei propri soldati; mentre i secondi alternano alla mera resistenza a tale pressione dei tentativi di andare all’assalto, che i russi riescono facilmente a rintuzzare (o a compensare, se causano un loro momentaneo arretramento, col successivo recupero degli spazi ceduti), anche in questi casi senza pagare un prezzo elevato in termini di vite umane (in ragione del fatto che chi si difende si espone sempre a minori perdite rispetto a chi attacca). Questa condotta così prudente consente comunque un progressivo avanzamento delle truppe, che viene reso possibile dai cedimenti di punti del fronte che man mano si verificano, per effetto del logoramento delle forze ucraine (logoramento dovuto alla suddetta pressione esercitata sul fronte, ma anche alle controffensive degli ucraini, i quali ottengono quei guadagni territoriali limitati e temporanei al prezzo di elevate perdite). 

Dal punto di vista russo, non meno importante della minimizzazione delle perdite proprie è la massimizzazione di quelle nemiche. Al riguardo, va evidenziato come il vero obiettivo di Putin non sia conquistare l’Ucraina (al netto dei territori popolati dai filorussi, la cui liberazione dal giogo nazionalista ucraino costituisce un potente fattore di legittimazione della guerra agli occhi del suo popolo), bensì renderla inservibile quale proxy degli USA. Se la Russia avesse sferrato un attacco più massiccio forse sarebbe riuscita a far capitolare il regime di Kiev in poco tempo; ma la breve durata della guerra avrebbe lasciato il paese dotato di un’estesa popolazione in età di leva, che quel ceto politico asservito alla NATO avrebbe potuto utilizzare per riprendere le ostilità in un momento successivo. Invece Putin, mantenendo la guerra a un livello di intensità sostenibile per l’Ucraina, si assicura che questa perseveri nei propri sforzi, sino a ridursi in condizioni demografiche tali da consentirgli di abbandonarla agli occidentali senza timore che questi possano servirsene in modo efficace contro la Russia. Putin, insomma, non ha interesse a sconfiggere l’Ucraina: ha interesse a desertificarla. Ed è ciò che sta facendo, beninteso con la collaborazione dei governanti di quel paese, che si ostinano a mandare al macello la propria popolazione pur di mantenere in essere uno “stato di eccezione” che consente loro di rimanere al potere, rimandando sine die le elezioni. (A quest’ultimo riguardo, va sottolineato come il governo ucraino conduca la guerra proprio in modo da andare incontro alla necessità russa di fare il maggior numero di vittime, ovvero mandando all’assalto i propri soldati anche in condizioni estremamente sfavorevoli e imponendo loro di mantenere le posizioni su cui sono attestati anche quando ciò equivale a condannarli a morte: un approccio scellerato, che si spiega soltanto con l’esigenza di rassicurare l’Occidente circa la propria volontà di continuare a combattere e di scongiurare così il venir meno del suo supporto.) 

Contenendo la mobilitazione di risorse umane, la Russia ha ottenuto anche il risultato di limitare la pressione esercitata dalle esigenze dell’esercito sull’apparato industriale. Ciò ha prodotto un duplice beneficio: infatti non soltanto ha esentato l’industria nazionale dal dover operare una completa riconversione produttiva (in Russia non si è dunque passati ad una vera e propria economia di guerra, nella quale la produzione per usi civili viene sospesa, per non sottrarre materie prime e capacità operativa a quella avente finalità militari), ma ha anche evitato che le necessità dell’esercito assorbissero l’intera produzione bellica, imponendo così il sacrificio delle esportazioni di armi (in verità, in un primo momento queste si sono interrotte, ma il progressivo potenziamento degli impianti deputati alla loro fabbricazione ne ha poi consentito la ripresa). Il governo ha così risparmiato ai civili russi i sacrifici che solitamente comporta uno stato di guerra sul piano del tenore di vita, i quali a lungo termine possono minare il consenso interno, e in più ha mantenuto in essere dei flussi commerciali che rappresentano una voce importante dell’export manifatturiero del paese.

Rinunciando ad attingere appieno alle proprie risorse umane e industriali, la Russia si è inoltre garantita un’ampia riserva delle medesime, preziosissima in caso di allargamento del conflitto. Con tutta probabilità, al Cremlino hanno preso in considerazione sin dal principio l’ipotesi che gli USA potessero reagire a un andamento della guerra sfavorevole all’Ucraina gettando nello scontro degli altri propri vassalli, e di conseguenza hanno agito in modo da mantenere il paese in condizione di elevare, alla bisogna, l’intensità del proprio impegno militare. Gli eventi politici più recenti, naturalmente, non hanno fatto che confermare la bontà di una simile scelta: le attuali classi dirigenti di molti paesi europei, infatti, appaiono ormai decise a muovere guerra alla Russia, per sottometterla politicamente e poterne così saccheggiare le ricchezze (gli incessanti deliri sulla volontà di Putin di attaccare l’Europa, in tutta evidenza, servono a giustificare proprio la guerra di aggressione che intendono scatenare).

Possiamo trovare una spiegazione plausibile anche alla scelta di non infierire sulla popolazione civile ucraina tramite massicce campagne di bombardamenti. Presumibilmente, Putin sta conducendo la guerra badando anche all’immagine che per mezzo di essa la Russia offre di sé al mondo. Egli quindi tiene a presentare il proprio paese come una potenza moderata e responsabile, che cerca di rallentare il più possibile l’incrudelirsi del conflitto che la sua stessa prosecuzione tende a generare (l’escalation degli attacchi e delle rappresaglie, insomma) e di condurlo rispettando il diritto internazionale. Questo comportamento attenua la cattiva impressione suscitata dal fatto che, formalmente, sia stata la Russia a scatenare la guerra, invadendo il territorio di un’altra nazione, e naturalmente si pone in netto contrasto con la ferocia che distingue in guerra gli Stati Uniti, il loro fraterno alleato Israele e la stessa Ucraina nazionalista. Dal conflitto ucraino, così, la Russia sta emergendo quale potenza non imperialistica, suscettibile di rappresentare, per i paesi non appartenenti al blocco americano (o sempre meno soddisfatti di farne parte), un partner affidabile e non prevaricatore: un grosso dividendo politico che, in un’ottica di lungo periodo, giustifica qualche sacrificio immediato sul piano dei risultati militari. 

Parimenti spiegabile è il fatto che, all’inizio del conflitto, i russi abbiano evitato persino di colpire duramente le infrastrutture (ad esempio, per fermare la produzione bellica in principio hanno scelto di distruggere le reti di trasmissione dell’elettricità, giungendo solo più avanti a prendere di mira direttamente le centrali). Evidentemente, in principio Putin ha coltivato la speranza che il popolo o una parte della classe dirigente dell’Ucraina potesse decidere di ribellarsi al destino di consunzione del paese lungo il quale il conflitto lo stava incamminando, e che pertanto una sommossa o un colpo di stato potesse scalzare dal governo i nazionalisti e condurre all’instaurazione di un regime non più ostile a Mosca, e suscettibile di diventare in seguito addirittura un suo alleato-vassallo. Questa prospettiva deve avere dissuaso il Cremlino dal causare grandi distruzioni lontano dal fronte: un paese in macerie, infatti, sarebbe risultato scarsamente utile quale alleato, dal punto di vista sia economico che militare (né d’altronde la Russia godeva di una floridità economica tale da potere prendere in considerazione l’idea di distruggere per poi ricostruire, alla maniera degli USA di Truman per intenderci). 

Prolungare la guerra costituisce anche un modo per logorare le economie europee. Infatti, poiché le sanzioni imposte dall’UE hanno ricadute negative su di esse (costringendole o ad acquistare idrocarburi più cari di quelli russi, o a continuare surrettiziamente a procacciarsi i primi tramite intermediari, con conseguente rialzo dei prezzi finali), mantenere in essere il conflitto che ne ha causato il varo significa assicurarsi che tali sanzioni continuino a venire imposte e quindi a sortire questi loro effetti. Si tratta di una strategia che, a un costo tutto sommato modesto per la Russia (giacché la perdita - peraltro solo parziale - del mercato europeo è stata compensata dalla crescita delle esportazioni verso la Cina e dall’incremento dei prezzi determinato dalla stessa guerra in Ucraina e da quella successiva nel Golfo Persico), potrebbe risolvere il problema dell’ostilità nutrita nei suoi riguardi dalle classi dirigenti del vecchio continente. Infatti, più a lungo si protrae la crisi economica in cui le nazioni europee sono state precipitate dai rispettivi governanti, più diventa probabile una rivolta dell’elettorato contro di essi e la confluenza dei voti verso partiti che si dichiarano intenzionati a ricucire i rapporti con Mosca. 

Non è tutto. Come noi italiani abbiamo avuto modo di verificare in anni recenti, il determinarsi di una situazione di emergenza consente alle classi politiche di dotarsi di poteri straordinari e di servirsene per imporre alla cittadinanza la propria volontà in misura impensabile in tempi normali. E’ dunque possibile che Putin abbia scelto di far durare a lungo la guerra anche perché ciò gli avrebbe permesso di esercitare per parecchio tempo una pressione sulla società russa volta a un suo rimodellamento. Di tale progettato rimodellamento possiamo individuare tre aspetti: il disciplinamento del settore imprenditoriale privato, il disinquinamento ideologico dell’opinione pubblica e la generazione di una nuova classe dirigente.

I meno smemorati rammenteranno come lo stato russo, nel decennio successivo alla fine del comunismo, avesse perso il controllo dell’economia a vantaggio di una casta di predatori - i famigerati “oligarchi” - che aveva saccheggiato le risorse pubbliche, con conseguenze rovinose per la popolazione; e come Putin, una volta asceso alla presidenza, abbia lavorato per correggere le peggiori storture che si erano determinate in quella fase, punendo ed espropriando alcuni di tali soggetti e inducendo gli altri ad assumere un atteggiamento maggiormente rispettoso dei voleri del Cremlino. Con lo scoppio delle ostilità, questa loro sottomissione si è accentuata: lo stato di guerra ha infatti consentito al governo di imporre agli imprenditori la rinuncia a quelli che in un regime capitalista costituiscono i più sacri fra i diritti, ovvero quelli al profitto e alla libertà d’iniziativa. I fornitori privati dell’esercito, così, oggi sono obbligati a vendere le proprie produzioni ai prezzi stabiliti dal governo, che azzerano i loro margini di guadagno, e in generale devono sottostare a una pervasiva pianificazione pubblica della loro attività. Inoltre l’espansione della produzione industriale suscitata dalla domanda di armamenti, facendo scomparire la disoccupazione e causando di conseguenza un aumento dei salari, ha innescato una tendenza inflazionistica, che la banca centrale combatte tenendo elevato il costo del denaro. In ragione di ciò, per l’imprenditoria privata è divenuto più difficile finanziare i propri investimenti autonomamente, ovvero ricorrendo al credito bancario. Si è così determinata una situazione nella quale lo stato ricopre un ruolo di primo piano nell’economia, non soltanto quale produttore (per via della sua presenza nel comparto industriale militare), ma anche quale finanziatore (tramite le commesse belliche) e pianificatore delle attività private. In conclusione, lo stato di guerra ha consentito al governo moscovita di compiere un passo importante in direzione dell’instaurazione di un regime analogo a quello cinese odierno: un regime, cioè, nel quale il potere economico risulta subordinato a quello politico. 

L’azione esercitata sull’opinione pubblica consiste, ovviamente, nella propaganda di guerra, di cui si stanno facendo carico anche personalità di primissimo piano (come il vicepresidente del Consiglio di sicurezza Dmitrij Medvedev o la portavoce del Ministro degli Esteri Maria Zacharova). E’ una propaganda dai toni sarcastici, risentiti, aggressivi, che sottolinea impietosamente ogni azione o presa di posizione biasimevole dell’Occidente (menzogne, voltafaccia, dichiarazioni di sapore razzista, ostentazione di mire imperialistiche, doppi standard nei riguardi delle vittime civili... non c’è dubbio che da parte nostra venga fornito parecchio materiale utile); una propaganda che, insomma, mira a convincere i russi che la nostra parte di mondo, sostanzialmente, fa schifo. Questo dovrebbe risolvere un problema importante che ha l’attuale regime moscovita. Alla fine degli anni Ottanta il paese si è letteralmente gettato fra le braccia dell’Occidente, comprensibilmente incantato dai suoi mille lustrini (auto sportive, sfilate di moda, televisione commerciale, pluralismo partitico, pornografia, ecc.). Il paese dei balocchi capitalista ha poi rapidamente mostrato il suo lato oscuro; ma la suadente narrazione di sé che esso diffonde fa risorgere a ogni ricambio generazionale il rischio che il popolo russo prenda a considerare desiderabile un’integrazione del proprio paese nel sistema occidentale, mancando di rilevare la pur evidente volontà di USA & Co. di far assumere a tale integrazione la forma concreta di una sua completa subordinazione. Ebbene, lo shock provocatogli dalla constatazione dell’aggressività e dell’infingardaggine euroatlantica, brutalmente poste in evidenza dalla propaganda governativa, dovrebbe fungere da duratura vaccinazione contro il virus dell’occidentalismo, formando un’opinione pubblica totalmente disillusa in merito alla possibilità della Russia di trovare posto alla nostra tavola.

Veniamo infine alla questione della classe dirigente. La necessità di reclutare volontari da mandare al fronte ha legittimato la concessione di importanti privilegi agli arruolati, consistenti non soltanto in una lauta remunerazione e nella garanzia di ulteriori benefici economici futuri (nella forma di sgravi fiscali, ad esempio), ma anche nell’accesso facilitato all’università per i reduci o per i loro figli. Per effetto di questa duplice promozione sociale - sia economica che culturale - delle famiglie dei combattenti, in futuro gli esponenti di queste ultime costituiranno una quota rilevante, per l’appunto, della classe dirigente russa. Il paese, dunque, si troverà ad avere una classe dirigente composta in parte notevole da persone presumibilmente imbevute di spirito patriottico. Ciò dovrebbe scongiurare il rischio che si ricostituisca una nomenclatura del genere di quella della tarda era comunista, profondamente corrotta e disposta a sfasciare lo stato - come poi ha fatto - pur di acquisirne le ricchezze. La combinazione fra una popolazione disgustata dall’Occidente e una dirigenza politica forgiata dalla guerra, insomma, dovrebbe blindare il futuro della Russia, impedendo il ripetersi della tragedia del 1985-1999. 

Alla base della scelta di Putin di condurre questa guerra, per così dire, al rallentatore, vi sono dunque delle ragioni più che valide. Queste tuttavia non hanno impedito l’emergere di un atteggiamento critico nei riguardi di tale strategia e di richieste volte all’assunzione di una postura più aggressiva; atteggiamento e richieste provenienti, si badi, da esponenti dell’establishment intellettuale russo, ovvero da personalità in grado di giudicare con cognizione di causa gli avvenimenti in corso. In seno allo stesso ceto di governo, inoltre, vi è ormai chi prospetta (o minaccia, se si rivolge all’Ucraina e all’Occidente) il passaggio a una diversa modalità di conduzione della guerra. Tale fenomeno impone di ritenere che si stiano determinando dei fattori suscettibili di alterare il rapporto fra i costi e i benefici della linea putiniana in favore dei primi. Quegli esponenti della classe dirigente russa che auspicano un ripensamento della strategia corrente, infatti, debbono avere assunto tale posizione perché hanno rilevato il manifestarsi di tali fattori e si sono convinti che essi finiranno effettivamente per produrre tale alterazione, ossia per rendere la condotta stabilita da Putin contraria all’interesse nazionale. 

Nella seconda parte di questo articolo cercheremo dunque di delineare tali fattori. Proveremo inoltre a spiegare come mai Putin e gli altri massimi detentori del potere, almeno sino a questo momento, non se ne siano fatti condizionare, nonché a capire se davvero la loro strategia è tuttora la migliore possibile; e infine ci domanderemo quale forma potrebbe assumere, in concreto, una politica improntata a una maggiore combattività.

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