Nessuna salvezza dal Futuro

[ Mi scuso con i lettori interessati al ciclo delle “storie per non dormire”, se faccio slittare ancora la pubblicazione dell’articolo finale della serie. Il fatto è che non ho resistito alla tentazione di dire la mia sul caso politico del momento; non per il gusto di star dietro alla cronaca, beninteso, ma perché mi è parso di avere qualcosa da dire al riguardo. ]

A costo di sembrare poco originale, voglio portare anch’io un contributo alla demolizione del “vannaccismo”. Naturalmente, poiché non sono una giornalista de La7, il mio sarà un ragionamento e non una manifestazione di aristocratico sprezzo. (A volte mi viene da pensare che Vannacci sia una quinta colonna della sinistra, per quanto le sue propaggini mediatiche si stanno sforzando di renderlo simpatico; ma poi rammento come abbiano avuto lo stesso atteggiamento autolesionistico verso Berlusconi e capisco che è proprio un loro vizio congenito.) Scelgo come punto di partenza della mia analisi la risposta che il generale, in una delle interviste da lui rilasciate, ha dato all’usuale, ritrita, ma soprattutto odiosissima affermazione secondo cui, se sparissero i migranti, non ci sarebbe più nessuno che raccoglierebbe i pomodori. La definisco “odiosissima”, per inciso, perché si fonda sul presupposto che i lavoratori agricoli debbano essere indegnamente sfruttati e che pertanto serva la presenza di persone disposte a farsi trattare in quel modo. (Almeno una volta, per quel che ne so io, questo presupposto è pure venuto alla luce: anni or sono Erri De Luca firmò un articolo dal titolo - “Il razzismo spiegato a Salvini” - inconsapevolmente autocritico, in cui gli immigrati venivano considerati indispensabili proprio perché costituivano un serbatoio di manodopera a basso costo.) Ebbene, il buon Vannacci ha dichiarato che il problema sarebbe stato risolvibile offrendo salari più elevati e accrescendo il grado di meccanizzazione della nostra agricoltura. Sul momento, la risposta mi ha colpito favorevolmente, soprattutto perché non si fermava alla banale considerazione che nel nostro paese si potrebbe anche provare a pagare di più i lavoratori (lo scrivo in corsivo, perché qualche lettore potrebbe essere indotto da un istintuale moto di ripulsa a saltare queste dieci parole), ma arrivava anche a sfiorare la questione dello storico deficit di investimenti nel settore agricolo (che Vannacci abbia letto il capitolo primo della sezione seconda del mio libro?). In seguito, però, non ho potuto fare a meno di domandarmi: “Ma Vannacci si rende conto delle implicazioni di ciò che propone?” E mi sono risposto che... no, con tutta probabilità non se ne rende conto; a meno che non sia in malafede e parli così solo per raccogliere voti, non avendo in realtà alcuna intenzione di operare in conformità alle proprie dichiarazioni. 

Poniamo che sia fatta la volontà di Vannacci, ovvero che sia realizzata una massiccia remigrazione di stranieri e che gli imprenditori agricoli siano costretti a rimpiazzare i braccianti non più disponibili investendo in macchinari e attraendo gli italiani tramite salari più elevati. Molti piccoli possidenti avrebbero difficoltà a reperire i mezzi finanziari necessari, nell’immediato, per coprire queste spese (si tenga presente che la grande distribuzione impone ai produttori prezzi d’acquisto delle loro derrate molto bassi, sicché questi non nuotano certamente nell’oro). Essi dovrebbero quindi rivolgersi al credito bancario; ma le banche italiane, negli ultimi anni, hanno drasticamente ridotto la concessione di prestiti, preferendo rapportarsi soltanto con i clienti ritenuti più affidabili (perché maggiormente facoltosi o perché maggiormente conosciuti: a quest’ultimo proposito, va rimarcato come i processi di concentrazione proprietaria abbiano allontanato da molti territori i centri decisionali degli istituti che vi operano). Toccherebbe dunque allo stato intervenire, offrendo prestiti o contributi a fondo perduto, o intervenendo sul sistema bancario tramite riforme suscettibili di riavvicinarlo alla piccola impresa. Superata la fase di trasformazione del sistema produttivo, tuttavia, i problemi non finirebbero. A quel punto, in teoria gli imprenditori agricoli dovrebbero essere in grado di autofinanziarsi, compensando il maggiore costo del lavoro e le maggiori spese di mantenimento dei mezzi di produzione tramite la vendita delle proprie derrate a prezzi più elevati; ma in pratica questo non sarebbe possibile, in quanto la grande distribuzione prenderebbe a rifiutarle, preferendo aumentare i propri acquisti da produttori esteri. Lo stato, pertanto, dovrebbe nuovamente farsi avanti, imponendo prezzi d’acquisto minimi o fissando quote minime di acquisto di prodotti italiani o rendendo più care le importazioni tramite dazi. Il risultato ultimo di queste decisioni, però, sarebbe un incremento del costo della vita per tutti i cittadini, che si troverebbero a spendere di più per i beni di consumo essenziali. Sorgerebbe allora la necessità di far salire anche i salari dei settori industriali e terziari; ma ciò danneggerebbe la competitività dei manufatti italiani rispetto a quelli esteri. Intervenire con dazi (politica che richiederebbe, peraltro, l’uscita dall’UE) sarebbe inutile, poiché questi proteggerebbero il mercato interno, ma non eviterebbero un calo delle esportazioni; senza contare che l’imposizione di dazi susciterebbe ritorsioni da parte di quei paesi verso i quali esportiamo, ma che a loro volta hanno nell’Italia un mercato di sbocco per le proprie industrie.

Per evitare questi problemi, lo stato potrebbe rimediare a proprie spese all’incremento dei costi di produzione agricoli determinato dai rialzi salariali e dai nuovi investimenti (in modo da mantenere stabili i prezzi delle derrate), oppure all’incremento generalizzato dei costi di produzione derivante dai rialzi delle remunerazioni extra-agricole che si renderebbero necessari per adeguare le medesime all’accresciuto costo dei beni alimentari (in modo da mantenere inalterati i prezzi di manufatti e servizi). Un modo per farlo sarebbe quello di ridurre le tasse ricadenti sulle imprese; un altro, quello di trasferire a carico dello stato parte dei contributi previdenziali che tocca ad esse versare.

Questa combinazione di tagli alle imposte e crescita della spesa pubblica, però, andrebbe finanziata; e naturalmente non lo si potrebbe fare tramite misure ricadenti sugli stessi soggetti da beneficiare, poiché in tal caso l’intera operazione perderebbe la sua ragion d’essere. Una decisione sensata sarebbe quella di riformare il sistema tributario, prendendo a colpire la commercializzazione di beni e servizi assai più che la loro produzione: in tal modo gli operatori economici che sono presenti in Italia, ma hanno impianti produttivi e sedi fiscali all’estero, sarebbero maggiormente soggetti a tassazione rispetto ad ora e fornirebbero alle casse pubbliche le risorse aggiuntive necessarie a rendere sostenibili le citate misure di supporto al sistema produttivo nazionale. Un’altra strada percorribile per ricavare risorse senza colpire le attività produttive sarebbe quella di tassare pesantemente le grandi rendite finanziarie.

Giunti a questo punto, però, potremmo spingerci ancora più lontano (avendo ipotizzato di colpire multinazionali, paradisi fiscali e grande finanza, possiamo dire che ormai ogni tabù è infranto). Perché non nazionalizzare il settore della grande distribuzione? In tal modo, esso non avrebbe più l’obbligo di generare profitti e sarebbe così in grado di offrire a prezzi ancora convenienti anche beni acquistati dai loro produttori a prezzi più alti rispetto al passato. E del settore energetico, vogliamo parlare? Prodotti petroliferi, gas ed elettricità sono maledettamente rincarati, negli ultimi anni. Ciò è dipeso in parte da scelte politiche scellerate, ma in parte anche dalla propensione delle aziende del settore a speculare sulle crisi: avrete notato anche voi, solo per fare un esempio, che un’impennata del prezzo del greggio provoca un’immediata salita dei prezzi dei carburanti, malgrado quelli che ci stanno vendendo siano ricavati da petroli acquistati mesi prima, e che una sua successiva discesa non determina un calo dei medesimi. Allora, per contenere i costi di produzione delle imprese e per lasciare qualche soldo in tasca in più ai consumatori (in modo da rendere loro tollerabile un incremento dei prezzi dei beni alimentari), si potrebbe ripristinare in tale ambito un regime di prezzi amministrati; o meglio ancora rinazionalizzare le aziende che vi operano, in modo da eliminare il contributo all’onerosità delle loro tariffe che deriva dalla necessità che esse hanno di garantire ai propri azionisti il massimo profitto realizzabile.

Ecco: siamo partiti dall’incremento dei salari dei braccianti agricoli e siamo arrivati alla statizzazione dei settori strategici dell’economia nazionale. Ma è del tutto naturale: un sistema economico è un organismo complesso, le cui diverse componenti sono interconnesse al punto che non si può modificare una di esse senza doversi poi preoccupare anche delle altre, per rimediare agli squilibri che il primo intervento ha prodotto. Nella fattispecie, abbiamo constatato che non si può migliorare la condizione di alcuni lavoratori senza dovere poi agire in favore degli altri e senza limitare la libertà o direttamente la presenza dei grandi operatori economici privati. Qualche lettore obietterà che abbiamo esagerato, che la società è in grado di assorbire un rincaro del prezzo di pomodori e fagiolini senza che si renda necessaria l’attuazione di riforme economiche e sociali tanto radicali. Può darsi; ma io ho parlato specificamente del settore agricolo solo a titolo esemplificativo. Una seria politica di remigrazione e di contenimento dell’immigrazione, quale quella cui pensa Vannacci, causerebbe una fuoriuscita massiccia degli immigrati dal mercato del lavoro complessivamente inteso, facendo sorgere in ogni ambito dell’economia l’esigenza di aumentare i salari e gli investimenti in automazione e dunque riproponendo su scala molto più ampia i problemi che il soddisfacimento di tale esigenza farebbe sorgere.

Ciò significa - sorpresa, sorpresa - che una politica fortemente antimigratoria deve per forza di cose essere accompagnata da una politica economica e sociale decisamente connotata in senso interventista e progressista. Da uno con le idee di Vannacci, però, non possiamo aspettarci un orientamento del genere. E allora i casi sono due, come ho già ipotizzato: o il generale è consapevole che una seria politica antimigratoria è in contrasto con il suo spirito di conservatore, e allora mente circa le proprie intenzioni, oppure è in buona fede e quindi non coglie questa contraddizione. Nel primo caso, se gli venisse data la possibilità di governare rinuncerebbe in partenza ad attuare il suo programma (limitandosi, al più, a rimpatriare qualche clandestino macchiatosi di gravi delitti, tanto per avere qualche altra medaglia da appuntarsi al petto); nel secondo, invece, ci proverebbe seriamente, per poi ritrovarsi a contemplare stupefatto il casino che ne deriverebbe e a dovere fare precipitosamente marcia indietro (già me lo immagino dichiarare che “L’Italia ha bisogno degli immigrati!”). 

“Però il programma di Futuro Nazionale...” obietterà a questo punto qualche lettore. L’ho letto anch’io, quel programma. Effettivamente, la prima impressione che fa non è proprio negativa; anzi, se devo essere sincero, dopo decenni di governi all’insegna di “austerità & liberismo”, pare quasi un programma di sinistra. Tuttavia, è da giudicare inadeguato e comunque non realizzabile. Esso, difatti, si pone sì l’obiettivo di un miglioramento del benessere dei cittadini e di un maggiore attivismo dello stato quale promotore dello sviluppo, ma è comunque informato al principio della centralità dell’iniziativa privata e soprattutto risulta destituito di credibilità dal punto di vista della sostenibilità finanziaria, in quanto non spiega come verrebbero reperite le ingentissime risorse che la sua attuazione richiederebbe. Vannacci, infatti, pretende di offrire benefici economici a lavoratori e piccoli imprenditori senza intaccare in misura sostanziale i profitti dei grandi detentori di capitali (in materia, si limita a parlare di lotta all’evasione e all’elusione fiscale). E’ chiaro che una simile posizione è pensata per piacere a tutti (ovvero sia a quelli che votano... che a quelli che comandano); ma è altrettanto chiaro che un “Vannacci di governo” dovrebbe compiere una scelta. E la natura del personaggio è tale da rendere scontato quali sarebbero i sacrificati.

In breve: Vannacci non ha una proposta di riforme economico-sociali credibile. Questo non deve scandalizzare, considerato che è un uomo di destra (al più, gli si può rimproverare di fare promesse che non potrà mantenere, anziché limitarsi a tacere su quelle tematiche; ma non mi risulta che sia il primo a peccare in tal senso, quindi lasciamo correre). Sì dà il caso, però, che in assenza di tali riforme risulti impraticabile la politica di contrasto dell’immigrazione per la quale tanto si spende. La proposta politica di Vannacci, quindi, è criticabile anche se giudicata dal punto di vista di un conservatore. 

Buon per lui che ha contro la nostra sinistra. La quale è troppo impegnata a sbeffeggiarlo (“Ah, ah, ah, si è scritto il programma con l’intelligenza artificiale! E hai visto che strafalcioni nel suo libro?”), a indignarsi (“Il patriarcato! Il patriarcato!”) o semplicemente a dargli del fascista per trovare il tempo di criticarne le proposte nel merito. Così, alle elezioni del prossimo anno il generale farà il botto, raccogliendo i voti dei delusi del centro-destra, ovvero di quegli elettori che avevano votato la Meloni (come già, in molti casi, avevano votato Salvini o i grillini) nella speranza che si insediasse un governo “di rottura” rispetto a quelli passati. Poi, come tutti gli altri politici antisistema, anche lui si sgonfierà, man mano che lo si vedrà omologarsi agli altri. Con tutta probabilità, dopo il voto sceglierà di accordarsi col centro-destra, se ciò gli consentirà di formare con essa una maggioranza parlamentare e di insediarsi così al governo; e se andrà in questo modo, in breve diventerà il nuovo Salvini, ovvero “l’abbaiatore” della coalizione, quello che insorge e protesta contro lo stato delle cose come se fosse ancora all’opposizione e non avesse il potere di cambiarlo. E alle elezioni successive ci sarà un nuovo outsider, pronto a raccogliere i voti dei vannacciani delusi. Ormai si è capito che funziona così.

Commenti