Ucraina: una guerra al rallentatore (seconda parte)
Come preannunciato, in questa seconda parte dell’articolo cercheremo innanzitutto di comprendere come mai degli esponenti di rilievo della classe dirigente russa reputino necessaria, un’evoluzione della strategia bellica improntata all’assunzione di una maggiore combattività.
Fondamentalmente, a rendere preoccupati tali soggetti deve essere la capacità che l’Ucraina sta dimostrando di far fronte alle distruzioni di uomini e di mezzi di produzione operate dalla Russia. Il collasso dell’industria bellica ucraina è stato compensato dal sorgere di produzioni europee di armamenti (in particolare di droni) destinate a rifornire l’esercito di Kiev. I governi dell’UE, inoltre, sembrano ormai intenzionati a rimpatriare i tanti ucraini che si sono sottratti alla leva rifugiandosi in Occidente, garantendo così a tale esercito nuova carne da cannone. Il rimpiazzo dei suoi caduti è altresì agevolato dalla possibilità che ha il governo di Kiev di arruolare mercenari stranieri, conferitagli dagli aiuti economici di cui beneficia. La strategia russa di “consumare” lentamente l’Ucraina, dunque, rischia di non riuscire a porre davvero quest’ultima in condizione di non potere più nuocere: essa potrebbe diventare una nazione-zombi (priva cioè di risorse umane ed economiche proprie, ma tenuta artificialmente in vita tramite forniture di armi e soldati provenienti dall’estero), in grado di continuare a combattere ancora per lungo tempo.
Il protrarsi della guerra, oltre ad essere un male di per sé (in quanto indice dell’incapacità della Russia di conseguire il risultato desiderato), produrrebbe degli ulteriori effetti negativi. In primo luogo, esso vanificherebbe il contenimento delle perdite di soldati russi che la linea putiniana ha sinora garantito (in quanto anche un basso numero di morti per unità di tempo, se una guerra si protrae a lungo, può tradursi in un elevato numero di perdite complessive). In secondo luogo, la duratura persistenza di un fronte attivo in Ucraina, saturando la capacità della Russia di impegnarsi militarmente senza ricorrere a una piena mobilitazione delle proprie risorse umane ed economiche, moltiplicherebbe le occasioni per i suoi nemici di procurarle danno in altre regioni. A quest’ultimo riguardo, è osservabile come la Russia abbia già dovuto assistere inerte al rovesciamento dell’alleato siriano Assad (un evento che avrebbe probabilmente causato la fine della sua presenza militare in Siria, se le mire di Israele su parti di quel paese non avessero indotto il suo nuovo padrone a guardare con favore al mantenimento delle basi che i russi vi avevano creato); e come un altro paese sinora alleato, l’Armenia, si sia molto avvicinato agli USA (fatto che pone le condizioni per un rafforzamento della loro presenza nel Caucaso meridionale, ad oggi limitata al territorio della Georgia).
In terzo luogo, il persistere delle ostilità condurrebbe la Russia ad affrontare con la guerra ancora in corso la fase terminale dell’amministrazione Trump, la quale sta vedendo il ritorno in auge di una politica di massima bellicosità (dovuto, come abbiamo spiegato nell’articolo del 6 aprile scorso, al fatto che la politica di tutela degli interessi americani tramite la guerra commerciale anticinese si è rapidamente dimostrata fallimentare). Questa è una situazione abbastanza pericolosa, poiché la sconfitta rimediata contro l’Iran potrebbe indurre gli USA a cercare una rivalsa sul terreno europeo, non soltanto abbandonando ogni residua velleità di uscire dal conflitto (dal quale, peraltro, non hanno mai realmente provato a smarcarsi, avendo continuato a vendere armi agli sponsor europei dell’Ucraina e a mettere a disposizione di quest’ultima la propria intelligence), ma addirittura intensificando il proprio impegno. Si tratterebbe, beninteso, di una scelta suicida (la promessa trumpiana di una rarefazione degli impegni militari statunitensi nasceva proprio dalla considerazione che il paese non aveva più le forze per proiettarsi massicciamente su teatri esteri) e per di più destinata a rivelarsi tale nel giro di pochissimo tempo (gli arsenali statunitensi sono già gravemente depauperati e il debito pubblico nazionale sta crescendo a velocità spaventosa, ragion per cui i margini per una escalation, dal punto di vista sia del potenziale militare che della sostenibilità finanziaria, semplicemente non ci sono); ma nel breve periodo potrebbe comunque essere in grado di rendere il conflitto ancora più sanguinoso.
In ultimo, dal momento che il prolungarsi della guerra accrescerebbe le perdite di uomini e mezzi, se la scelta di “combattere al risparmio” avesse l’esito di farla durare molto più a lungo, verrebbe meno un altro dei benefici che essa avrebbe dovuto arrecare, ovvero quello di far arrivare la Russia alla guerra contro l’Europa nelle condizioni di minimo logoramento possibile.
Queste criticità, ovviamente, non possono non essere rilevate anche da Putin (persino nell’improbabile eventualità che non sia in grado di avvedersene, poiché in tal caso provvederebbero i falchi di cui dicevo poc’anzi a mettergliele sotto il naso), il quale però non sembra intenzionato a mutare la propria condotta. Come mai? Evidentemente, egli è convinto che la guerra, malgrado l’accanita resistenza ucraina, cesserà presto e che pertanto i fenomeni negativi da noi elencati, connessi al protrarsi della stessa, non avranno modo di determinarsi. Senza alcun dubbio, il presidente fa affidamento sulla crescente impopolarità delle politiche antirusse presso i popoli europei, che dovrebbe impedire ai loro governanti il remake dell’Operazione Barbarossa da essi vagheggiato (in quanto mancherebbe loro il materiale umano da mobilitare) e causare la progressiva sostituzione dei medesimi con altre dirigenze, intenzionate a privare Zelens'kyj del nostro supporto e a ripristinare dei rapporti amichevoli con la Russia (d’altronde, abbiamo sostenuto come una delle ragioni della scelta di una guerra a bassa intensità sia stata proprio la volontà di cuocere l’Europa al fuoco lento delle sue stesse sanzioni). La dissoluzione della lega antirussa europea determinerebbe poi il ritiro in buon ordine degli stessi Stati Uniti, che nella situazione di difficoltà in cui si trovano non sarebbero disponibili a farsi carico per intero del sostegno all’Ucraina.
Putin, insomma, ritiene di potere sconfiggere i propri nemici senza combattere, semplicemente resistendo abbastanza a lungo perché la situazione in cui si trovano - rectius: in cui si sono andati a cacciare - ne determini la rovina. Si può dire che, a furia di frequentare Xi, abbia imparato l’arte di aspettare sulla riva del fiume... Funzionerà? Probabilmente, sì; nondimeno, il rischio che qualcosa indirizzi il corso degli eventi in una direzione diversa da quella da lui prevista esiste, e giustifica l’esistenza delle pressioni in direzione di una maggiore combattività.
Quel “qualcosa” è la possibilità che le classi dirigenti europee siano pronte, pur di rimanere al potere, a sbarazzarsi di quanto ancora connota in senso democratico i nostri regimi politici. Nel 2024-2025 le elezioni parlamentari in Moldavia e quelle presidenziali in Romania (paese membro dell’Unione Europea, si badi) sono state segnate da gravi manipolazioni, funzionali ad assicurare la vittoria alle forze filo-UE e filo-NATO; operazioni del genere potrebbero essere realizzate anche nella parte occidentale del continente, sterilizzando così il voto degli elettori non influenzati dalla propaganda russofoba. Al riguardo, è da rimarcare come il signor Thierry Breton, ex commissario per il mercato interno dell'Unione Europea, in un’intervista rilasciata a inizio 2025 abbia rivendicato il ruolo dell’UE nel determinare, tramite le pressioni da essa esercitate sulla locale Corte costituzionale, l’annullamento delle elezioni presidenziali in Romania (che in prima battuta avevano visto la vittoria di un candidato critico verso l’Unione e verso la NATO) e dichiarato possibile un intervento analogo in Germania, in caso di vittoria del partito AFD (reo di non essere ostile alla Russia): l’esistenza di pulsioni autoritarie in seno a tali dirigenze non è dunque suscettibile di contestazione. Una volta entrati in guerra, i governi potrebbero poi usare la guerra stessa come scusa per non tenere più alcuna consultazione (proprio come si sta facendo in Ucraina). Quanto al problema rappresentato dalla presumibile renitenza di massa dei cittadini alla leva, esso potrebbe venire aggirato assoldando in loro vece degli immigrati: un cospicuo stipendio e l’ottenimento della cittadinanza dopo qualche anno di servizio dovrebbero costituire per essi degli argomenti convincenti. Agendo in tal modo, per inciso, i governanti europei coglierebbero due piccioni con una fava, in quanto si troverebbero a disporre di eserciti mercenari stranieri, impiegabili anche per la repressione del dissenso interno. Essi si porrebbero così al riparo anche dal rischio di una loro cacciata per via extraelettorale. (Per inciso, sparare su una folla che tenta di assaltare il Parlamento potrebbe costituire anche un utile esercizio preparatorio, cui sottoporre tali soldati prima dell’invio al fronte.)
Beninteso, per gli stati europei una guerra risulterebbe spaventosamente cara, giacché gli aumenti che hanno subito i prezzi energetici si sono ripercossi sui costi di produzione dei sistemi d’arma. Però una parte di essi potrebbe venire fornita dagli USA e da paesi asiatici alleati dell’Occidente (quali Turchia, Giappone e Corea del Sud), a prezzi più tollerabili; e comunque l’impennata delle spese militari potrebbe venire fronteggiata imponendo pesantissimi sacrifici alle popolazioni (non c’è da dubitare circa la disponibilità dei nostri governanti a seguire questa strada).
A queste considerazioni ne va poi aggiunta un’altra: tutto sommato, che garanzie hanno i russi che i partiti d’opposizione che si dicono contrari alle politiche belliciste, una volta ascesi al potere, non muteranno orientamento? I politici che si proclamano “antisistema” possono venire corrotti, o ricattati se hanno degli scheletri nell’armadio (e anche se non ne hanno: si può condizionare un uomo anche minacciandolo di una falsa accusa, e naturalmente anche minacciandolo e basta); senza dimenticare che alcuni di essi possono essere null’altro che dei fantocci creati dai poteri che al momento attaccano, allo scopo di evitare che il voto dissidente venga intercettato da degli autentici oppositori.
Tiriamo le somme. La linea moderata di Putin ha buone probabilità di rivelarsi vincente, ma esistono comunque delle ragioni per dubitare che sia destinata ad esserlo; e più la guerra si prolungherà, più tali dubbi acquisiranno consistenza. Se le cose andranno nel peggiore dei modi possibili, la Russia continuerà a lungo a sfiancarsi contro un’accanita resistenza ucraina, finendo così per trovarsi indebolita dinanzi a un’aggressione condotta da una coalizione di forze europee (con la probabile partecipazione degli Stati Uniti in qualità di fornitori di queste ultime, se non altro perché le loro industrie militari vorranno trarre profitto dagli eventi).
In verità, è difficile credere che Putin e i suoi più stretti collaboratori non abbiano preso in considerazione questa eventualità. Il fatto stesso che personalità di rilievo minaccino o auspichino l’assunzione di un atteggiamento più aggressivo è al riguardo significativo, poiché verosimilmente queste - incluse quelle estranee agli ambienti governativi - hanno ricevuto un “via libera” da parte del presidente. Con tutta probabilità, le cose al momento stanno così: al Cremlino non vogliono mutare strategia, ma stanno prendendo in considerazione l’idea che possa risultare necessario farlo, pena il concretarsi dello scenario sopra delineato. Per non essere costretti a un simile cambio di politica, stanno inviando dei segnali alle cancellerie occidentali, facendo parlare in loro vece dei soggetti di crescente importanza (notiamo infatti che in principio si trattava soltanto di persone non investite da responsabilità dirette di governo, mentre adesso non è più così), in modo da far assumere a questa minaccia un peso sempre maggiore. “Non prendeteci sottogamba” è come se volessero comunicare. “La nostra moderazione non è debolezza. Se continuerete a sostenere l’Ucraina, se compirete delle azioni coerenti con i vostri sproloqui sulla guerra da combattere contro di noi, allora colpiremo con durezza assai maggiore rispetto a quanto fatto sinora.”
A questo punto, però, dobbiamo porci una domanda: quale forma concreta dovrebbe assumere un’intensificazione dello sforzo militare russo, per rendere quest’ultimo più produttivo? La strada più semplice da percorrere, ma anche meno suscettibile di portare a risultati apprezzabili, sarebbe quella di condurre dei bombardamenti sull’Ucraina ancora più massicci. L’aspetto critico di una simile strategia discende dal fatto che la Russia sta già colpendo duramente le truppe nemiche schierate sul fronte, come pure le industrie e le infrastrutture ucraine: un significativo inasprimento degli attacchi, dunque, richiederebbe l’inclusione di strutture e insediamenti puramente civili fra le tipologie di obiettivi da colpire. Si dovrebbe, insomma, passare a condurre una campagna di bombardamenti “all’occidentale”, ossia con marcate finalità terroristiche e genocide. Non si capisce, però, in quale modo una simile svolta varrebbe ad affrettare la fine del conflitto; di certo non servirebbe a indurre alla capitolazione la classe dirigente ucraina, dal momento che questa dimostra quotidianamente di non nutrire alcuna preoccupazione circa la sorte del proprio popolo. Una strategia alternativa sarebbe quella di aumentare la pressione sul fronte, mobilitando i soldati di leva e i riservisti. Per questa via risulterebbe possibile compensare largamente l’afflusso dall’estero di nuovi combattenti nelle file ucraine e quindi infliggere al nemico delle sconfitte tanto gravi da costringerlo alla resa. E’ chiaro, però, che a un aumento del numero dei soldati schierati in battaglia corrisponderebbe un incremento delle perdite. Questo sarebbe forse politicamente sostenibile, dato lo stato d’animo ormai prevalente fra la popolazione (gli attacchi a obiettivi civili condotti dagli ucraini, tramite droni, sul territorio russo hanno determinato una diffusa esasperazione fra la popolazione, che potrebbe farle apparire accettabile un più cospicuo sacrificio di vite umane); ma andrebbe comunque contro l’esigenza di preservare la consistenza demografica della nazione (si noti che a morire in guerra sono essenzialmente uomini in età fertile) e renderebbe una simile strategia contraddittoria, in quanto l’obiettivo di porre termine in fretta alla guerra ucraina, in modo da non giungere già logorati alla successiva guerra contro l’Europa, verrebbe conseguito proprio al prezzo di una accelerazione del logoramento del potenziale militare russo.
Una ulteriore via percorribile sarebbe quella di allargare la guerra ai paesi europei fiancheggiatori dell’Ucraina, bombardando le fabbriche da cui provengono le armi che i primi inviano alla seconda. Non si tratterebbe di un intervento risolutivo, in quanto il nemico continuerebbe a beneficiare degli invii del materiale bellico che gli europei acquistano dagli USA; ma varrebbe pur sempre ad attenuare la sua capacità offensiva. Questa è una prospettiva che viene ormai sostenuta apertamente anche da membri della classe di governo moscovita; ed è logico che sia così, se si considera l’importanza che hanno assunto per l’esercito di Kiev le forniture di parte europea (a cominciare da quelle di droni, che rendono possibili i citati attacchi ai civili russi). Tuttavia, una svolta del genere avrebbe sì l’effetto immediato di ridimensionare la minaccia ucraina, ma agevolerebbe il successivo materializzarsi del pericolo, ben peggiore, di uno scontro diretto fra Europa e Russia, in quanto offrirebbe ai governanti europei un pretesto sfruttabile per instaurare dei regimi dittatoriali e per dare inizio alla guerra da loro auspicata.
Non è difficile immaginare come si svolgerebbero gli eventi. Gli attacchi russi verrebbero presentati come un’aggressione “ingiustificata e non provocata”, nonché come il preludio di un’invasione, cui pertanto sarebbe necessario rispondere con un’operazione di difesa preventiva; si dichiarerebbe lo stato di guerra, rimandando indefinitamente le elezioni, imponendo una ferrea censura e trasformando in crimine il dissenso politico; si aumenterebbero le importazioni di armi e si avvierebbe l’accrescimento del potenziale militare interno, ricostruendo le fabbriche colpite e convertendo le industrie civili; si porrebbe forzatamente sotto le armi la popolazione (autoctona, immigrata o senza distinzioni di sorta); e nel frattempo si lancerebbe sulla Russia tutto ciò che fosse ancora disponibile negli arsenali (presumibilmente non molto, dopo anni di aiuti all’Ucraina; ma una coalizione di parecchi paesi riuscirebbe a mettere insieme ancora un bel po’ di missili e bombe aeronautiche) e che fosse immediatamente acquistabile in America e in Asia. A quel punto la Russia dovrebbe sferrare un attacco massiccio e immediato, per piegare i suoi nemici prima che riescano a mobilitare nella loro interezza le proprie cospicue risorse umane e produttive. E chissà se lo scontro si manterrebbe confinato nel campo degli armamenti convenzionali...
Esiste una soluzione alternativa, ovvero una strategia per mezzo della quale la Russia potrebbe indurre i suoi nemici a più miti consigli, senza che il popolo russo (e con esso quello europeo) debba pagare un elevato tributo di sangue? Forse sì; e noi ci permettiamo di suggerirla, pur non essendo granché sicuri di annoverare il presidente Putin fra i nostri lettori. La Russia potrebbe provare a sfruttare le rivalità esistenti in seno all’Occidente. In particolare, vi è un paese che è generalmente odiato dagli altri componenti dell’Occidente: la Germania. La Germania è ormai da molti anni un nemico da abbattere per gli Stati Uniti, che ne subiscono la capacità esportatrice; ma a ben guardare lo è anche per la Francia, che sconta anch’essa la forza della sua industria. Non si dimentichi poi che la Polonia, con i suoi investimenti nella difesa, intende porsi in competizione proprio con la Germania per ricoprire il ruolo di principale braccio armato degli USA sul fronte orientale della NATO. Ciò precisato, immaginiamo cosa succederebbe se la Russia concentrasse la sua immane potenza di fuoco sulla sola Germania, annichilendone la capacità produttiva (non limitandosi alle fabbriche di armi, ma colpendo qualunque impianto suscettibile di riconversione a fini bellici, e naturalmente devastandone anche le infrastrutture). Le merci tedesche sparirebbero dai mercati che avevano invaso; i locali detentori di capitali dovrebbero dotarsi di nuove basi produttive, e sarebbero sensibili a offerte di sussidi provenienti da altri paesi; il decadimento industriale farebbe evaporare anche l’utilità del paese quale vassallo degli USA (ripercuotendosi sia sulla sua capacità di produrre armi, sia sulle sue possibilità di acquistarne). Putin potrebbe dunque rivolgersi agli altri suoi nemici per dir loro: “Allora, cosa volete fare adesso? Proseguire il conflitto, nella persistente speranza di arricchirvi spogliandoci delle nostre ricchezze, e subire così la medesima sorte della Germania? Oppure approfittare della situazione che è venuta a crearsi per prendere il suo posto nelle catene del valore globali e nelle gerarchie geostrategiche della NATO, accrescendo così in modo facile e sicuro la vostra potenza?” Giudicateci pure degli inguaribili ottimisti; ma crediamo che una simile mossa potrebbe funzionare. E comunque, sono ormai passati ottant’anni dall’ultima volta che la Germania è stata rasa al suolo. Vediamo di non perdere certe sane abitudini.
P. S.: Questa è una soluzione che procurerebbe qualche noia all’Italia. Infatti, dopo che la nostra classe politica di servi e traditori e la nostra classe imprenditoriale di pigri rentiers hanno scientemente distrutto la grande industria pubblica e privata, ci siamo ritrovati con un tessuto manifatturiero nazionale costituito in misura cospicua da contoterzisti delle maggiori imprese tedesche. L’annientamento di queste ultime, quindi, si ripercuoterebbe sulla nostra economia, causando una recessione dalla quale potremmo uscire soltanto riuscendo ad assumere un analogo ruolo ancillare nei riguardi degli operatori che prenderebbero il posto dei tedeschi. (La possibilità che le nostre imprese approfittino della disfatta di questi ultimi per scalare le catene del valore e riposizionarsi alla testa delle medesime, invece, non la prendiamo in considerazione, poiché potrebbe materializzarsi soltanto in seguito a una trasformazione politica e sociale che non si vede all’orizzonte.)
D’altronde, questa non sarebbe di certo la peggiore delle situazioni in cui potremmo venire a trovarci. Putin, infatti, potrebbe fare un ragionamento diverso da quello ora prospettato. Ispirandosi alla teoria dell’accademico Sergej Karaganov, il quale sostiene la necessità di intimidire l’Occidente tramite una dimostrazione di forza e spietatezza, al limite persino facendo un ricorso limitato (bontà sua) alle armi nucleari, il presidente potrebbe deliberare un attacco dimostrativo contro un paese europeo. Non dovendo avere finalità pratiche (non venendo compiuto, cioè, per distruggere capacità produttive o centri decisionali di particolare rilevanza), tale attacco potrebbe venire diretto verso un’area periferica del continente, estranea cioè al triangolo Francia-Germania-Regno Unito che comanda di fatto il fronte europeo antirusso: una scelta che presenterebbe il duplice vantaggio di non far sentire i governanti di tali paesi obbligati a rispondere e di lasciare alla Russia dei margini per una ulteriore escalation (qualora il suo messaggio, persino se recapitato sulla punta di un’atomica, non fosse stato recepito). E quale paese “periferico” converrebbe scegliere quale vittima sacrificale? Paradossalmente, andrebbero risparmiati i paesi slavi più accanitamente antirussi, poiché quelli sono i vassalli prediletti di Washington (che non deve venire istigata a scendere in campo). Si dovrebbe allora sarebbe guardare alla parte occidentale del continente; e in essa spicca una nazione che si presterebbe magnificamente alla bisogna. Una nazione che nel consesso europeo è da tempo considerata una Cenerentola (proprio nel senso di nazione sorella delle altre, ma da queste disprezzata e vessata) e che pertanto nessuno dei leader dei paesi “che contano” si sognerebbe di proteggere o di vendicare, mettendo a rischio le rispettive patrie; una nazione governata (meglio, tenuta in ostaggio) da una classe politica di venduti, che neppure si permetterebbe di importunare le sue omologhe estere (teoricamente proprie alleate) reclamando assistenza e ai cui appelli, comunque, queste potrebbero rispondere con uno sprezzante diniego, non avendo da temere rappresaglie di sorta.
Dite che i russi non lo farebbero, data la simpatia che provano nei nostri riguardi? Chissà; a nostro avviso, in una contingenza drammatica come quella che stanno vivendo non c’è posto per i sentimentalismi. Presumere che la loro passione per il nostro clima e la nostra musica leggera ci metta al riparo dal rischio di diventare un bersaglio è un’argomentazione così frivola che la si può contraddire persino scendendo allo stesso livello, ad esempio sostenendo che ora che Toto Cutugno è morto Putin non ha più tanti motivi per farsi degli scrupoli nei nostri riguardi.
E pazienza se adesso ci giudicate degli incurabili pessimisti. La nostra opinione è che, in tempi così burrascosi, dobbiamo considerare (e tenerci pronti a) tutte le eventualità. Vi lasciamo, pertanto, con un duplice consiglio: tenete al fresco una bottiglia di spumante per festeggiare la prossima fine della guerra (con annessa sconfitta strategica dell’Occidente). Ma la cantina, nel frattempo, attrezzatela a rifugio antiatomico.

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