Sette storie per non dormire: Finmeccanica

Chiudiamo questo ciclo di “storie per non dormire” trattando di un’altra vittima eccellente delle privatizzazioni: il gruppo Finmeccanica. Tale azienda, ancorché segnata alla fine degli anni Novanta da un grave passivo di bilancio, costituiva ugualmente una delle componenti più pregiate del sistema manifatturiero italiano: il campo in cui essa operava, l'elettromeccanica avanzata, era il medesimo in cui erano presenti due società assai rinomate, quali la svizzera Asea Brown Boveri e la tedesca Siemens. Da parte della classe politica, tuttavia, mancò la volontà di preservare questo capitale di strutture e competenze: per risanare l'azienda si scelse difatti di staccare da essa vari suoi rami per venderli separatamente. Così, a partire dal 1998, nel volgere di pochi anni furono cedute, tra le altre, la Elsag Bailey (maggiore operatore mondiale nel settore dell'automatizzazione dei processi industriali), la Ansaldo Sistemi Industriali, la Ansaldo Montaggi, la Ansaldo Trasmissione e Distribuzione, la Aerimpianti e delle società controllate site in Brasile, Danimarca e Ungheria. Dal momento che i compratori furono soggetti diversi (e spesso stranieri: Elsag Bailey fu ceduta all'Asea Brown Boveri, Ansaldo Sistemi Industriali a una società americana, le controllate ungherese e danese a compratori di tali paesi), agendo in tal modo non soltanto si indebolì l’azienda madre, ma nel contempo s’impedì che al dimagrimento di essa potesse quantomeno far fronte la formazione di qualche nuovo operatore nazionale di dimensioni apprezzabili. La stessa controllante, inoltre, fu a sua volta parzialmente privatizzata, per procurare risorse finanziarie all’azionista pubblico: dal 2000 in avanti successivi collocamenti di azioni in borsa ridussero progressivamente la partecipazione di quest’ultimo, sino a renderla pari, nel 2009, ad appena il 30 per cento del capitale. 

Finmeccanica, tuttavia, aveva una caratteristica che impediva alla classe politica di accettare la prospettiva di perderne del tutto il controllo, in favore di soggetti stranieri o di una classe imprenditrice autoctona sulla cui capacità e volontà di coniugare il proprio interesse con quello nazionale non si poteva far conto: il fatto che essa rappresentasse gran parte della nostra industria militare. Pertanto si volle mantenerne l’azionariato privato sufficientemente frammentato da assicurare allo stato il mantenimento d’un ruolo preminente nella sua gestione. Questa sua condizione ha sino ad oggi evitato che l’azienda sperimentasse episodi di cattiva amministrazione paragonabili, per gravità, a quelli subiti dalle società totalmente privatizzate; essa tuttavia, al tempo stesso, ha fatto sì che la sua conduzione fosse influenzata da vincoli tali da renderne comunque il cammino accidentato, al punto che successivamente alle dismissioni da noi elencate se ne dovettero porre in essere ancora delle altre, le quali ridussero ulteriormente il perimetro delle sue attività.

A partire dal 2001 Finmeccanica, recuperata la propria solidità finanziaria grazie alle cessioni delle sue controllate, cercò di rimediare all’indebolimento che per effetto di esse aveva subito sul piano dimensionale, intraprendendo una politica di espansione internazionale. Questa fu realizzata in parte stipulando delle joint venture con altre società, ma in parte anche tramite acquisizioni. La sua dirigenza, tuttavia, indirizzò i propri sforzi verso un insieme piuttosto ristretto di attività: infatti non soltanto non provò a recuperare terreno in quegli ambiti da cui aveva dovuto ritirarsi (dove avrebbe dovuto ripartire da zero e contro forti avversari), ma ne trascurò anche alcuni in cui era ancora presente e competitiva, in quanto puntò a rafforzarsi ulteriormente soltanto in quelli che soddisfacevano le esigenze delle forze armate, quali l’aerospaziale, l’elettronica e i sistemi di difesa.

Era questa una strategia sensata: in un’Italia governata da una classe politica orientata a dismettere il patrimonio industriale pubblico, infatti, la sopravvivenza e addirittura il rafforzamento di una grande impresa di stato poteva essere tollerata soltanto se l’attività della stessa era focalizzata in settori considerati strategici per la sicurezza nazionale. Questo vincolo aveva però l’effetto di limitare parecchio le possibilità di quella dirigenza di scegliere in quale direzione muoversi per far crescere l’azienda, anche in ragione della difficoltà di trovare imprese detentrici di tecnologie militari che fossero contendibili (gli altri paesi, difatti, non erano meno motivati del nostro a mantenere il controllo di questo genere di attività) e dei condizionamenti di natura politica che scaturivano dalla sottomissione dell’Italia agli Stati Uniti (che imponevano a Finmeccanica di guardare, per accordi e acquisizioni in tale ambito, soprattutto a imprese angloamericane). Il risultato di queste limitazioni fu che a un certo punto di questo percorso di crescita dimensionale l’azienda ritenne necessaria un’acquisizione che però doveva essere effettuata a condizioni molto sfavorevoli: quella dell'americana DRS, avvenuta nel 2008, per la quale accettò di pagare un prezzo assai elevato in termini assoluti e ancor più in rapporto all'effettivo valore di quella società. Finmeccanica tornò pertanto ad essere un’azienda pesantemente indebitata – aveva difatti dovuto procurarsi all’esterno le risorse necessarie per finanziare quell’operazione – e per di più senza la prospettiva di potersi rifare in tempi brevi della spesa effettuata, proprio in ragione del fatto che in rapporto a quest’ultima il valore di DRS era limitato. Oltretutto, tale impresa era difficilmente integrabile nel corpo di Finmeccanica, dal momento che la normativa statunitense (tesa a disciplinare rigidamente la circolazione delle informazioni strategicamente rilevanti detenute dalle aziende legate alla difesa) imponeva che fosse guidata da amministratori americani e poneva seri vincoli all’accesso da parte della sua nuova controllante alle tecnologie da essa possedute. A queste ritrovate difficoltà l’azienda avrebbe poi reagito – non potendo contare sul supporto finanziario dell’azionista pubblico – ponendo in essere nuove dismissioni di controllate operanti nei comparti civili, dunque indebolendosi ulteriormente (e ancora una volta a beneficio di soggetti stranieri). 

Malgrado tutto, Finmeccanica – dal 2016 ridenominata Leonardo – ha continuato ad essere un’azienda capace di generare in misura rilevante occupazione e ricchezza: alla fine del 2021 aveva 106 stabilimenti (di cui 55 in Italia) e oltre 50.000 addetti (per il 63 per cento in Italia), assieme ai quali vanno considerati quelli dell’indotto (che solo in Italia ammontavano a 126.000, appartenenti a 4.000 aziende). Va anche rilevato come, nel desolante scenario di degrado della grande industria italiana, Leonardo abbia mantenuto una eccezionale capacità di ricerca e investimento nelle attività tecnologicamente più avanzate. Rimane comunque deprecabile la politica di cannibalizzazione dell’azienda che fu posta in essere per rimediare ai suoi problemi finanziari. A tale riguardo, si potrebbe sostenere che non vi fosse altro modo per risanarla, dal momento che l'apporto di nuovi capitali da parte dello stato risultava impedito dall’ostilità verso simili operazioni sussistente in sede comunitaria e dalla delicata situazione delle finanze pubbliche; ma in realtà delle soluzioni alternative esistevano. Ad esempio, il governo avrebbe potuto realizzare la parziale privatizzazione della capogruppo per migliorare i conti della stessa invece di quelli dello stato (la cui la messa in sicurezza, d’altronde, sarebbe stata conseguibile molto più efficacemente attuando una ristrutturazione del debito piuttosto che dismettendo il patrimonio industriale pubblico). Se poi si fosse astenuto dal privatizzare le banche, per ricapitalizzare l’azienda avrebbe potuto servirsi anche di queste, il che gli avrebbe consentito di cedere - se necessario - una quota del suo capitale ancora maggiore di quella di cui effettivamente si liberò mantenendola ugualmente sotto il controllo pubblico (è il medesimo ragionamento che abbiamo fatto in riferimento ad Alitalia e all’ENI). Peraltro, a tale riguardo possiamo notare che il prezzo cui le azioni Finmeccanica sarebbero state vendibili da una parte sarebbe stato depresso dalla cattiva situazione finanziaria dell’azienda, ma dall’altro sarebbe stato positivamente influenzato dal fatto che essa sarebbe stata integra anziché privata di varie sue componenti (alcune delle quali di grande valore). 

Va altresì rilevato che in un contesto come quello da noi delineato, nel quale cioè lo stato non si fosse privato del controllo del sistema creditizio, non soltanto la cessione di una quota rilevante del capitale della società capogruppo, ma persino quella integrale di singoli suoi rami sarebbe risultata tollerabile in un’ottica di difesa dell’interesse nazionale, in quanto sarebbe stato possibile far intervenire quali acquirenti proprio i nostri istituti bancari, evitando così il trasferimento di tali rami a soggetti stranieri e anche la frammentazione proprietaria di imprese che conveniva invece mantenere connesse, perché operanti in un medesimo ambito (giacché cordate formate da più banche avrebbero potuto rilevare più imprese, ponendole sotto il controllo di una società capogruppo appositamente costituita). Finmeccanica, quindi, avrebbe potuto valutare in base a logiche puramente industriali - ovvero senza dovere farsi carico della difesa dell’italianità e della forza complessiva del nostro comparto meccanico - la convenienza della vendita di talune sue controllate: convenienza che sarebbe potuta sussistere nel caso delle aziende meno suscettibili di generare proficue sinergie con le altre, qualora il loro sacrificio avesse consentito di finanziare acquisizioni utili al rafforzamento nei suoi principali ambiti di attività.

Se poi si fosse riusciti a far superare a Finmeccanica la crisi finanziaria degli anni Novanta nel modo descritto, ovvero senza imporle un eccessivo dimagrimento, l’azienda avrebbe potuto evitare quella successiva al 2008, in quanto la permanenza in diversi settori di attività avrebbe consentito alla sua dirigenza di cogliere le occasioni di crescita sussistenti in ognuno di essi, senza dovere necessariamente ricercare nel solo settore militare nuove aziende da acquisire; e comunque la stessa esigenza di inglobare nuove aziende sarebbe risultata meno pressante, non essendovi stato un precedente ridimensionamento cui porre rimedio. Finmeccanica, insomma, avrebbe potuto permettersi di rinunciare a un’acquisizione poco conveniente quale fu quella della DRS.

Trattando delle conseguenze di tale acquisizione, abbiamo accennato al fatto che in anni recenti Finmeccanica ha dovuto effettuare delle ulteriori dismissioni, per rimediare alla grave situazione debitoria in cui era nuovamente venuta a trovarsi. Queste richiedono una trattazione approfondita, in quanto presentano degli aspetti singolari. 

Nel 2011 Finmeccanica costituì una nuova società assieme al fondo d'investimenti statunitense First Reserve, la cui partecipazione era pari al 45 per cento del capitale. Tale società rilevò la Ansaldo Energia (uno dei maggiori costruttori di impianti energetici al mondo), per poi venire incorporata in quest’ultima. La somma pagata, pari a 1.073 milioni di euro, venne in parte conferita dagli azionisti della società acquirente (500 milioni, dei quali logicamente il 55 per cento fu versato da Finmeccanica e il 45 dal fondo) e per la parte rimanente fornita da banche con le quali essa si indebitò. Di fatto, fu come se Finmeccanica si fosse procurata 798 milioni (cifra pari ai 1.073 ricavati dalla vendita, meno i 275 pagati in quanto azionista della società acquirente) in parte indebitandosi e in parte cedendo il 45 per cento di Ansaldo Energia al fondo statunitense. Ovviamente, desta qualche perplessità vuoi il ricorso a un’operazione più complicata del necessario, vuoi la pretesa di ripianare i propri debiti contraendone degli altri; sicché in definitiva sembra che il fine preminente di una simile manovra sia stato quello di consentire alla First Reserve di rilevare il 45 per cento di Ansaldo Energia spendendo appena 225 milioni di euro, ovvero una cifra pari al 21 per cento del valore attribuito all’azienda. (N.B.: in verità, l’impegno finanziario del fondo sale a 483 milioni se lo calcoliamo come il 45 per cento della somma versata dalla società acquirente a Finmeccanica; di questa somma, però, 258 milioni costituiscono la quota facente capo al fondo dei debiti contratti dalla società acquirente, debiti che poi furono fatti ricadere su quella rilevata e che pertanto toccò poi alla stessa Ansaldo Energia rifondere, tramite i profitti che generava.)

Va pure rilevato che nel 2011, malgrado le sue critiche condizioni finanziarie, Finmeccanica aveva pagato agli azionisti un dividendo di 237 milioni; il che significa che di fatto la privatizzazione in esame risultò funzionale non al risanamento della capogruppo, bensì a finanziare quella distribuzione di utili (dal momento che, in assenza di questa, Finmeccanica avrebbe potuto contare su risorse aggiuntive più che sufficienti a consentirle di fare a meno dell’apporto finanziario di First Reserve). Di tale distribuzione, oltretutto, lo stato italiano beneficiò solo in piccola parte: infatti, dal momento che esso ormai non controllava che il 30 per cento di Finmeccanica, la sua quota di quegli utili corrispose a 69 milioni.

Tale vicenda, inoltre, non si concluse con quel passaggio di proprietà. Nel 2013 il Fondo Strategico Italiano (istituito dalla Cassa Depositi e Prestiti l’anno precedente) rilevò il pacchetto azionario della First Reserve e un altro 40 per cento direttamente da Finmeccanica (accordandosi pure per rilevare in un momento successivo il rimanente 15). Il suo intervento ebbe dunque, nell’immediato, una duplice valenza positiva, consentendo di ridurre ulteriormente l’indebitamento di Finmeccanica e al tempo stesso di riportare in mani nazionali un’azienda operante con successo in un settore ad alta tecnologia. Già nel 2014, però, il fondo statale cedette il 40 per cento di Ansaldo Energia alla cinese Shanghai Electric, ripristinando in sostanza la situazione del 2011. Se da parte governativa vi era stata la convinzione di avere trovato un solido partner industriale, disposto a investire nell’azienda, tale speranza andò poi delusa, in quanto la Shanghai Electric rifiutò di prendere parte a due aumenti di capitale che furono deliberati negli anni successivi al suo ingresso. Ciò ridusse la sua partecipazione al 12 e poi a meno dell’uno per cento, mentre l’azionista pubblico risalì all’88 per cento. Evidentemente, il coinvolgimento dello stato nei comparti industriali ad alta tecnologia era a tal punto necessario da determinarsi, alle volte, persino contro la volontà del ceto politico. 

Anche in merito a questi ulteriori passaggi di proprietà vi sono alcuni dati interessanti da sottolineare. Per recuperare il 45 per cento posseduto da First Reserve, che questa aveva pagato 225 milioni, il Fondo Strategico Italiano ne sborsò 387: una differenza difficile da spiegare, considerato anche che i debiti contratti con le banche dalla società acquirente erano ricaduti - in seguito alla sua incorporazione nella Ansaldo Energia - su quest’ultima (e che pertanto il fondo governativo, tramite quell’acquisizione, divenne responsabile del 45 per cento di essi). Inoltre, per il totale delle quote ancora detenute da Finmeccanica (il 40 per cento preso nell’immediato e il 15 da acquisire successivamente) esso si impegnò a pagare una cifra analoga, malgrado la maggiore consistenza di tale pacchetto azionario e malgrado l’ottenimento di quest’ultimo gli avrebbe conferito il pieno controllo dell’azienda. Quando poi il 40 per cento venne rivenduto alla Shanghai Electric, appena un anno più tardi, questa dovette pagare 400 milioni: una cifra più alta, ma che comunque non rifletteva il valore che era stato stimato per l'intera società al momento dell’ingresso del fondo pubblico (1,4 miliardi).

Nel 2015 fu poi decisa la vendita di AnsaldoBreda (produttrice di treni) e Ansaldo STS (attiva nel settore del segnalamento ferroviario) alla giapponese Hitachi. AnsaldoBreda venne pressoché regalata: il guadagno per Finmeccanica consistette nel liberarsi dei suoi debiti (era difatti un’azienda che generava perdite). Ansaldo STS era invece in ottima salute: nel suo ambito di attività costituiva addirittura la più importante azienda al mondo. Finmeccanica possedeva il 40 per cento del suo capitale, quota sufficiente a garantirle il controllo della società; lo cedette interamente in cambio di 773 milioni di euro. Venderla - fu spiegato - servì anche a disfarsi di AnsaldoBreda, in quanto l’acquisto della prima fu vincolato a quello della seconda. 

In questo caso sembra che la dirigenza non potesse comportarsi diversamente da come fece, stante l’esigenza di migliorare la situazione finanziaria del gruppo. Va notato però che AnsaldoBreda aveva sì dei seri problemi di efficienza e competitività, che si riflettevano sulla sua redditività (nel solo 2013 aveva perso 277 milioni di euro), ma poteva comunque contare su un contratto per la fornitura di treni alle FS del valore di 1,5 miliardi, che costituiva un’ottima base finanziaria per un suo futuro rilancio. Viene da chiedersi, pertanto, se per renderla appetibile fosse indispensabile offrirla a condizioni tanto favorevoli e abbinare ad essa Ansaldo STS. Si noti, al riguardo, che se la vendita di AnsaldoBreda avesse fruttato degli utili a Finmeccanica questa avrebbe potuto evitare la cessione completa di Ansaldo STS, limitandosi a trasferire a un investitore finanziario una parte delle azioni di cui era ancora in possesso. Questa azienda in floride condizioni avrebbe così continuato, sia pure in misura più limitata rispetto al passato, ad essere per essa una fonte di profitti.

In merito alle necessità finanziarie di Finmeccanica, non va poi dimenticato lo sperpero di 237 milioni da essa compiuto nel 2011 tramite quella distribuzione di dividendi. Come detto, in assenza di quell’uscita la società avrebbe potuto permettersi di non cedere a First Reserve il 45 per cento di Ansaldo Energia; il che però vuol dire che avrebbe potuto essere la stessa Finmeccanica, successivamente, a cederlo al Fondo Strategico Italiano per 387 milioni. Si noti che tale somma equivale esattamente a metà del ricavato della vendita di Ansaldo STS!

In conclusione, anche postulando che queste dismissioni fossero necessarie (ma abbiamo visto che una diversa gestione di Finmeccanica e in generale del patrimonio IRI avrebbe consentito alla prima di non ritrovarsi dopo il 2008 coperta di debiti), dobbiamo comunque rilevare che le medesime sarebbero state effettuabili a condizioni per essa migliori. L’impressione che si ricava dall’insieme di tali vicende, pertanto, è che in quella fase così delicata la dirigenza di Finmeccanica abbia dovuto fare i conti con delle pressioni politiche, e per effetto di esse contemperare l’esigenza del risanamento finanziario dell’azienda con quella del soddisfacimento degli appetiti di soggetti dotati di un’elevata capacità di lobbying. La prima risultò così parzialmente sacrificata, in quanto non fu possibile gestire le dismissioni delle controllate in maniera tale da massimizzare i profitti della controllante; il che vuol dire che per raggiungere lo scopo del risanamento finanziario fu necessario praticare una politica di cessioni più estesa di quella che, altrimenti, sarebbe risultata sufficiente.

Sempre nel 2015 si ebbe, inoltre, la vendita della BredaMenarinibus a una società appositamente costituita (l’Industria Italiana Autobus), partecipata per il 20 per cento dalla stessa Finmeccanica e per l’80 da un gruppo cinese. La medesima società acquisì dalla FIAT la divisione autobus di quest’ultima, di cui l’azienda torinese aveva voluto disfarsi. L’IIA andò incontro a grosse difficoltà economiche, che portarono all’ingresso nel capitale, in sostituzione del partner cinese, di nuovi soci privati (tra i quali un’azienda turca) e anche di Invitalia (una società interamente partecipata dal Ministero dell'economia, deputata a investire in settori reputati strategici): nel 2019 questa ne acquisì il 30 per cento (quota che si aggiunse al 20 per cento ancora detenuto da Finmeccanica). Ancora una volta, dunque, la privatizzazione mancò di assicurare la salvaguardia e il rilancio di un’azienda che la proprietà pubblica aveva avuto difficoltà a gestire, e si rese necessario un nuovo ritorno in forze di quest’ultima. Ciò tuttavia non impedì che l’obiettivo della gestione privata continuasse ad essere perseguito. Nel 2024 è infatti subentrato un nuovo proprietario, l’azienda italiana Seri Industrial, la quale ha subito dato prova della propria affidabilità, impegnandosi con il governo (in sede di trattative) a rilanciare lo stabilimento bolognese della Menarini, salvo poi (ad acquisizione avvenuta) manifestare la volontà di concentrare la produzione in quello avellinese ex-Irisbus.

Due annotazioni finali. La prima: sapete perché Finmeccanica oggi ha un altro nome? Il cambio parve necessario per ragioni di immagine, dopo che due suoi presidenti erano stati indagati (il secondo, nel 2013, addirittura per una vicenda di corruzione internazionale, consistente nel pagamento di tangenti per rendere possibile una fornitura di elicotteri al governo indiano). Le due vicende si conclusero con un’archiviazione e un’assoluzione, ma parve comunque opportuno lasciare cadere nel dimenticatoio il vecchio nome della società. E forse è davvero un bene che sia stato abbandonato, anche se a nostro avviso il motivo giusto per farlo era un altro. Il nome “Finmeccanica” doveva rimanere associato a ciò che ha rappresentato sino agli anni Novanta: una grande azienda pubblica, in grado di rivaleggiare con le maggiori imprese meccaniche europee e la cui attività era orientata a contribuire al progresso materiale del paese. Leonardo è un’altra cosa: un’azienda ancora importante, ma molto ridimensionata rispetto al passato, e posseduta in larga misura da soggetti privati, interessati alla massimizzazione del profitto immediato.

La seconda, inerente proprio l’evoluzione dell’asseto proprietario: ma a voi pare rassicurante che la nostra industria di armamenti sia finita in mani private? Mentre un’azienda pubblica è – almeno in linea di principio – sottoposta al diretto controllo della classe politica, una privata non soltanto è sottratta a tale controllo, ma se è abbastanza grande (e quindi finanziariamente dotata) può essere in grado di instaurare con la sfera politica un rapporto di segno opposto: può essere lei, cioè, a controllare quest’ultima. Una situazione del genere non è mai auspicabile; ma ci pare risulti addirittura allarmante nel caso in cui l’azienda in questione, fabbricando armi, veda dipendere la propria prosperità dalle decisioni che i governanti devono prendere nell’ambito della politica estera e di difesa.

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