
I lettori mi passino la citazione cinematografica: ho voluto proporre in un unico articolo tre brevi riflessioni su temi di geopolitica, scritte durante l’estate, e siccome una parlava di guerre passate e presenti, l’altra della “protezione” esercitata dagli Stati Uniti sull’Europa e la terza del rapporto fra Stati Uniti e Israele, si può dire che il titolo sia venuto fuori da sé.
Negli ultimi anni è prepotentemente riemersa, quantomeno nelle coscienze dei più avvertiti, la paura dello scoppio di una guerra mondiale. A farla ricomparire, naturalmente, sono stati i recenti conflitti che hanno visto il coinvolgimento - diretto o indiretto - delle grandi potenze: quello ucraino (Ucraina manovrata dagli USA contro la Russia) e quello iraniano (Iran aggredito dagli USA in funzione anticinese). Si tratta di un timore più che giustificato, dal momento che una escalation incontrollata può effettivamente trasformare un conflitto regionale in uno scontro diretto fra tali nazioni, se l’esito del primo è suscettibile di alterare in misura significativa i rapporti di forza tra le seconde. Tuttavia, riteniamo scorretta l’espressione - “terza guerra mondiale” - con cui si designa tale ipotetico scontro. A nostro parere, infatti, la terza guerra mondiale c’è già stata: è stata quella che noi europei ricordiamo come “guerra fredda”, ma che fredda, per molti altri popoli, non è stata affatto, giacché fra il 1945 e il 1989 il confronto USA-URSS ha generato diversi conflitti (quelli di Corea e del Vietnam sono i più ricordati, ma potremmo citare molte altre invasioni e guerre civili), nonché svariati colpi di stato - con successive persecuzioni di dissidenti - in Sud America, in Africa e in Asia. (E non ci si venga a dire che il soffocamento con metodi violenti del dissenso interno non è paragonabile a una guerra: in realtà si tratta proprio di una guerra, condotta da un governo contro il proprio popolo. In Indonesia, la repressione anticomunista fece centinaia di migliaia di morti!) La stessa Europa, peraltro, non si è salvata del tutto dalla violenza politica generata dalla contrapposizione fra i due blocchi: abbiamo avuto una guerra civile e poi un golpe militare in Grecia, un colpo di stato in Cecoslovacchia, interventi militari in questo paese e in Ungheria... e non vanno dimenticate le interpretazioni storiografiche che riconducono lo stragismo e il terrorismo nostrani a regie straniere.
Questa terza guerra mondiale si è conclusa con l’abbandono del campo da parte dell’URSS, nel 1989; ma subito dopo (nel 1991, con la prima guerra del Golfo) ha avuto inizio la quarta, mediante la quale gli Stati Uniti hanno mirato ad approfittare del crollo sovietico per espandere la propria area d’influenza, in aree strategiche quali il Medio Oriente (importante, com’è ovvio, per le sue riserve di petrolio e per la presenza di alcuni snodi cruciali delle vie di traffico internazionali) e l’Europa orientale (il controllo della quale consentiva di stringere d’assedio la Russia e quindi di scongiurarne un’eventuale rinascita quale attore globale). Questa guerra è ancora in corso, ma con tutta probabilità è entrata nella sua fase terminale. La riemersione della Russia dal caos economico e sociale in cui era precipitata e la straordinaria ascesa della Cina, difatti, hanno posto fine alla fase in cui gli Stati Uniti potevano muoversi sullo scacchiere mondiale senza incontrare opposizione. Il tentativo di inglobare nella NATO l’Ucraina ha così suscitato la reazione armata della Russia, mentre l’attacco all’Iran ha provocato una reazione più discreta, ma comunque efficace, da parte della Cina, che ha supportato la nazione aggredita con la sua intelligence e i suoi armamenti. Considerato che gli USA si trovano in una situazione precaria sotto molti punti di vista (debito pubblico alle stelle, limitata capacità produttiva dell’industria bellica, dissenso crescente verso le politiche interventiste), è da credere che essi non avranno la possibilità di mantenere ancora per lungo tempo questa postura così aggressiva.
Resta da capire in che modo questo dato di fatto influenzerà la politica americana: in che modo, cioè, la classe dirigente statunitense reagirà al declino della propria potenza. L’originaria strategia trumpiana, consistente nel prendere atto della realtà e ridurre gli impegni militari del paese, sembra essere stata abbandonata, per effetto dell’insuccesso della guerra commerciale condotta contro la Cina (si veda, al riguardo, l’articolo dello scorso 6 aprile); possiamo dunque ipotizzare che questa amministrazione e magari anche le prossime - repubblicane o democratiche che siano - vorranno continuare a porre in essere il massimo sforzo bellico sostenibile, sino a quando l’esaurimento delle risorse disponibili per alimentarlo e l’inasprirsi delle tensioni sociali interne non imporranno un brusco stop all’avventurismo militare e più in generale un ridimensionamento della proiezione internazionale americana duraturo e di ampia portata (è il modello comportamentale dei bambini alle feste, dove continuano a scatenarsi finché hanno un briciolo di energia in corpo, per poi crollare di colpo). In effetti, è addirittura possibile che l’approssimarsi dell’esaurimento delle proprie forze abbia la conseguenza paradossale d’indurre gli USA a tentare una escalation, ossia a concentrare quelle residue in un’ultima, disperata azione volta a difendere la propria posizione egemone. Questa potrebbe determinarsi in un teatro di guerra già attivo in quel momento o che lo è stato in un recente passato (invasione di terra in Iran? Invio di truppe NATO in Ucraina?), oppure in altri inediti (scontro diretto con la Cina? Riproposizione del “modello ucraino” nell’area baltica o caucasica?). Inutile dire che si tratterebbe di una scelta irresponsabile e autolesionistica; e tuttavia dobbiamo mettere in conto anche questa possibilità, risultando ormai acclarato che i gruppi sociali dominanti negli Stati Uniti ritengono inaccettabile una transizione pacifica e concordata verso un mondo multipolare (benché questa, ormai, rappresenti la prospettiva migliore per il paese, il quale, essendo in ogni caso destinato a ritrovarsi in un simile contesto, ha tutto l’interesse ad arrivarci conservando il più possibile le proprie risorse e la propria coesione interna).
Entrambi gli scenari, comunque, potranno essere influenzati da variabili in merito alle quali è arduo imbastire previsioni (ad esempio, la tentazione di “rovesciare il tavolo”, ponendo mano all’arsenale nucleare; o la necessità di seguire Israele in qualche sua azione temeraria, per evitare che esso ne paghi il prezzo), ragion per cui il futuro appare quanto mai indecifrabile. L’ipotesi più ottimistica – quella più pessimistica preferiamo tacerla – è che i prossimi sacrifici di sangue che gli Stati Uniti imporranno ad altri popoli valgano a esaurire le loro capacità di nuocere e anche a suscitare una salutare reazione di rigetto della società americana verso le politiche imperiali, ponendo così le condizioni per un accordo tra le grandi potenze che ponga fine a questa lunghissima, sciagurata stagione di guerre.
2. L’ombrello bucato
“L’ombrello militare della NATO”: è un’espressione molto pregnante, diremmo quasi suggestiva. Ma significa qualcosa, sì? Beh, significa che in teoria la presenza di basi e truppe americane sul territorio europeo ci ha protetti, sino ad oggi, da una possibile aggressione militare (prima sovietica e poi russa). All’atto pratico, però, tutta questa protezione non la si è vista. Diremmo anzi che la NATO è responsabile di avere creato il pericolo dal quale teoricamente doveva porci al riparo, dando a Mosca un motivo per attaccarci che altrimenti non avrebbe avuto. Infatti, una volta messo in sicurezza il confine occidentale tramite la riduzione dei propri vicini a stati-cuscinetto da essa controllati, per l’URSS non aveva senso impegnarsi in una ulteriore espansione verso Ovest, considerato quanto già la competizione con gli USA la costringesse a profondere in ambito militare risorse finanziarie e umane che avrebbe avuto invece necessità di usare per rimediare al proprio persistente deficit di sviluppo; e anche la Russia postcomunista, per ragioni demografiche ed economiche ancora colma di ricchezze naturali non sfruttate, non ha potuto porsi altro obiettivo che il proprio consolidamento interno, per il quale oltretutto le conveniva mantenere buoni rapporti con gli europei, in modo da potere commerciare con loro.
D’altronde, è stato proprio questo a rendere la NATO preziosa per gli Stati Uniti: la sua capacità di attrarre un nemico temibile su un campo di battaglia esterno agli USA stessi. Insomma, detto brutalmente, la presenza degli americani in Europa ha garantito agli USA che un’eventuale terza guerra mondiale si sarebbe combattuta, quantomeno inizialmente, sul territorio europeo. Molto comodo, nevvero? Tramite la NATO, i governi statunitensi si sono assicurati un margine extra di aggressività nei confronti di Mosca, poiché sapevano che, se la contrapposizione fra i blocchi fosse trascesa in una guerra aperta, i primi scontri avrebbero interessato i rispettivi paesi-frontiera (quali le due Germanie e... sì, l’Italia), lasciando loro il tempo di cercare un accomodamento prima che la situazione degenerasse in un lancio di testate nucleari su obiettivi statunitensi. La reale funzione della NATO, quindi, è stata quella di trasformare l’Europa nell’ombrello degli Stati Uniti; per noi, invece, ha rappresentato un ombrello bucato, nel senso che c’è stata sempre la possibilità che ci passasse attraverso un missile.
C’è da chiedersi, però, come abbia fatto questa situazione ad andar bene alle classi politiche europee. La risposta, verosimilmente, è che per lungo tempo queste hanno temuto che i sovietici avessero davvero delle mire sull’Europa occidentale, ritenendo di conseguenza che il continente dovesse essere dotato di difese militari in grado di fronteggiare tale minaccia. Ciò rendeva gradita la presenza degli americani sul nostro territorio, in quanto consentiva di scaricare su di essi parte delle elevate spese per la difesa che la necessità di scongiurare un attacco sovietico rendeva necessarie. Nel caso dei paesi usciti sconfitti dall’ultimo conflitto mondiale, inoltre, possiamo rilevare come per essi diventare partner – per quanto subordinati – della potenza che li aveva soggiogati e che già li occupava militarmente abbia costituito un netto miglioramento rispetto alla loro situazione di partenza.
Queste, però, sono argomentazioni valide per il passato. Quali motivazioni stanno invece dietro l’acquiescenza che i nostri gruppi dirigenti continuano tuttora a manifestare? Di certo essi non credono alla loro propaganda, secondo la quale Putin mira ad annettersi il continente fino a Lisbona. E neppure possono ritenere che una persistente fedeltà atlantica sia suscettibile di procurare loro vantaggi in ambiti diversi da quello della difesa, considerato che prima Biden e poi Trump hanno dimostrato coi fatti di vedere nel vecchio continente un rivale economico da penalizzare il più possibile. Rimangono due possibili ragioni. L’una è che essi, avendo intenzione di attaccare militarmente la Russia e mettendo quindi in conto la possibilità di subire da parte di questa una controffensiva, ritengano che la presenza di soldati americani sul territorio europeo costituisca un fattore di sicurezza, in quanto suscettibile di disincentivare la Russia dal portare le proprie truppe all’interno di quest’ultimo (un calcolo a nostro avviso un po’ arrischiato, giacché gli USA, in caso di guerra tra Europa e Russia, potrebbero reputare conveniente che l’una e l’altra si logorino a vicenda in un lungo conflitto e dunque optare per la neutralità). L’altra è che essi - come abbiamo già sostenuto nell’articolo dello scorso 6 aprile - vedano nelle truppe USA uno scudo contro i propri nemici interni, ovvero contro le popolazioni dei rispettivi paesi. Questo sarebbe un ragionamento sensato, in quanto presumibilmente, in caso di sollevazioni, i soldati americani riceverebbero l’ordine di intervenire per ristabilire la “pace sociale”, avendo il governo statunitense tutto l’interesse a evitare che questa classe dirigente così servizievole nei suoi riguardi venga rovesciata e sostituita da una intenzionata a rappresentare i bisogni dei popoli europei.
A tale proposito, però, in futuro qualcuno potrebbe avere una brutta sorpresa… Periodicamente si sente Trump lamentarsi degli europei, accusandoli di essere dei parassiti che si godono la “protezione” americana senza offrire in cambio alcunché, e minacciare l’uscita dalla NATO. Sono farneticazioni? A prima vista, sì: è come se il padrone di casa facesse le valigie e se ne andasse perché scontento della servitù. Ma riflettiamoci sopra. La NATO è in sostanza un rapporto di scambio: gli USA si fanno carico di parte dei costi della nostra difesa, ottenendo in cambio la possibilità di stanziare proprie truppe sul vecchio continente. Poniamo, però, che gli americani ritengano di poter indurre quantomeno taluni governi europei ad un maggiore attivismo in ambito militare, coniugato però ad una persistente sottomissione ai voleri degli USA: in tal caso, il mantenimento della NATO potrebbe benissimo apparire loro una spesa superflua, in quanto sussisterebbe la possibilità di far svolgere ad altri eserciti la funzione che in seno alla NATO ora svolgono le truppe statunitensi dislocate sul territorio europeo (la funzione, cioè, di attrarre un eventuale sforzo militare russo verso obiettivi non americani).
Chiaramente, per potere essere attuata una simile strategia richiederebbe una forte presa degli USA sui loro partner, in quanto i secondi dovrebbero essere disposti ad accrescere notevolmente le proprie spese militari, anche sacrificando quelle per i servizi sociali, e a fare uso della forza così acquisita seguendo i dettami dei primi, anche qualora ciò li condannasse a subire una reazione violenta da parte della Russia. Si dà il caso, però, che paesi sui quali gli Stati Uniti sono in grado di esercitare un così forte condizionamento esistono: pensiamo ovviamente all’Italia, la cui classe politica di servi e traditori non si fa alcuno scrupolo a sacrificare l’interesse nazionale sull’altare di quelli altrui, ma anche a diversi stati dell’area slava e nordica, i cui governanti sono animati da vecchi rancori antirussi. Sarebbero sufficienti a garantire agli Stati Uniti una persistente presenza di forze militari ostili alla Russia al confine con la medesima e nell’area mediterranea.
Vi pare uno scenario improbabile? Chissà. Considerato che gli Stati Uniti sono un paese indebitato fino al collo e messo assai male anche dal punto di vista delle risorse umane (il dilagare di obesità, dipendenze e analfabetismo sta rendendo difficile il reclutamento di nuovo personale militare), essi potrebbero presto trovarsi obbligati a operare quantomeno un ridimensionamento del loro impegno diretto sul continente europeo. Certo è, alla luce di quanto abbiamo detto, che se un giorno ciò si verificherà non avremo motivo di fare salti di gioia: perché ci accorgeremo presto che, se il padrone se ne è andato, i tirapiedi sono rimasti.
3. USA-Israele: è la coda che muove il cane?
La disastrosa guerra contro l’Iran ha rilanciato il tema del rapporto fra Stati Uniti e Israele. In particolare, la destra populista americana appare ormai profondamente convinta che il secondo abbia assunto il controllo dei primi, costringendo i loro governanti a porre in essere politiche contrarie all’interesse nazionale. E’ un’ipotesi credibile? Senza dubbio, vi sono delle buone ragioni per ritenere che la classe dirigente israeliana sia in grado di influenzare pesantemente le decisioni di quella statunitense. Al tempo stesso, però, appare innegabile la dipendenza di Israele dal supporto americano, la quale crea le condizioni perché sussista un’influenza di opposto segno. Dare della questione una lettura univoca, pertanto, costituisce una semplificazione e una forzatura. In questa sede proveremo a guardare un po’ più in profondità, allineando i fatti di dominio pubblico.
Il primo elemento da considerare, naturalmente, è l’assoluto bisogno che ha Israele del sostegno finanziario e militare statunitense: senza di esso, uno stato così piccolo non soltanto non potrebbe permettersi di porre in essere politiche estremamente aggressive, ma avrebbe difficoltà persino a difendersi dai suoi nemici. Considerato quanto gli è ostile il contesto nel quale si colloca, possiamo arrivare a dire che senza l’amico americano non sarebbe neppure in grado di sopravvivere. Questa condizione lo obbliga ad assumere il ruolo di braccio armato degli interessi statunitensi nell’area, in modo da rendere gli USA fortemente motivati a conferirgli notevoli capacità militari. Il rapporto fra i due stati, pertanto, sembra connotato da una subalternità di fondo del primo. Israele può permettersi di commettere le peggiori prepotenze, di appiccare un incendio dietro l’altro nel Medio Oriente, perché sa che gli Stati Uniti, per evitare di perdere questa loro pedina così preziosa, saranno costretti a fornirgli assistenza sul campo e protezione nelle organizzazioni internazionali: sembra quasi la Lois Lane dei vecchi fumetti di Superman, la quale, se desiderava parlare con il suo amato, non esitava a gettarsi da un grattacielo, poiché sapeva che questi sarebbe sempre accorso a salvarla. Tuttavia, Israele non può spingersi sino ad assumere iniziative in contrasto con gli obiettivi strategici americani, poiché in tal caso verrebbe meno la ragione per la quale gli USA lo sostengono. Insomma: gli Stati Uniti fanno tutto ciò che Israele vuole che facciano per lui... finché ciò che Israele fa risulta in accordo con ciò che gli Stati Uniti vogliono ottenere nella regione. Tutto sommato, sostenere che Israele comanda sugli Stati Uniti, perché si vede i secondi tutelare il primo, è come sostenere che un maggiordomo deve necessariamente comandare sul padrone di casa, poiché altrimenti non si spiegherebbe come mai ottenga regolarmente danaro da quest’ultimo.
Questo significa, tra le altre cose, che l’America è andata in guerra contro l’Iran perché l’ha deciso Trump, non perché l’abbia deciso Netanyahu (per quanto, ovviamente, questi abbia lavorato per orientare la decisione dell’altro). D’altronde, nell’articolo dello scorso 6 aprile abbiamo visto che gli USA avevano effettivamente una buona ragione per lanciarsi in quell’avventura militare. Questo, però, significa anche che lo sterminio dei palestinesi non è malvisto dagli Stati Uniti; il che può sembrare discutibile, considerato l’enorme danno di immagine che la collaborazione ad esso prestata (attraverso il sostegno militare e politico) causa a questi ultimi, soprattutto nel mondo arabo. Al riguardo, però, va tenuto presente che nei paesi alleati degli USA la simpatia verso la causa palestinese connota soltanto i popoli, mentre sovrani e governanti non ne dimostrano affatto (al più taluni, come i turchi, si permettono di sbraitare contro i sionisti; ma anche loro, come gli altri, continuano poi a fare affari con lo stato israeliano). Tale collaborazione, pertanto, non è realmente fonte di problemi per il governo americano; e in prospettiva può persino rivelarsi vantaggiosa, dal momento che la ricostruzione e colonizzazione del territorio palestinese farebbe sorgere occasioni di speculazione in campo immobiliare e infrastrutturale per le imprese degli Stati Uniti, mentre lo sfruttamento da parte israeliana dei giacimenti di gas presenti nelle acque di Gaza vedrebbe sicuramente il coinvolgimento della loro industria petrolifera.
Questione risolta, dunque? In realtà non proprio, in quanto vi sono ancora da considerare due elementi, i quali potrebbero indurci a ritenere che Israele sia stato capace di rovesciare questo rapporto di sudditanza, assumendo il controllo del proprio padrone. Il primo, ovviamente, è rappresentato dalla probabile affiliazione di Jeffrey Epstein ai servizi segreti dello stato ebraico, che deve avere consentito a quest’ultimo di condizionare tramite il ricatto diversi uomini di potere americani, incluso l’attuale presidente. L’altro consiste nel finanziamento dei politici statunitensi da parte di organizzazioni legate a Israele. Com’è noto, negli USA le campagne elettorali sono costosissime e per finanziarle i politici raccolgono, in modo perfettamente legale, contributi da soggetti privati, dei cui desiderata devono poi tenere conto nel corso della propria attività. (Nel suo “Ricchezza e democrazia”, Kevin Phillips mostrava il funzionamento di questo sistema, citando i versamenti di talune imprese e i benefici economici che queste avevano poi ricavato da provvedimenti presi dai legislatori che avevano contribuito a far eleggere. La conclusione cui giungeva l’autore era che finanziare la politica costituiva, per gli imprenditori, una forma di investimento). Fra questi soggetti privati, le organizzazioni prima menzionate hanno assunto un ruolo di spicco (in particolare l’AIPAC, American Israel Public Affairs Committee), elargendo grosse somme a esponenti di entrambi i partiti e assicurandosi così che il potere legislativo ed esecutivo statunitense sia sempre sottoposto alla loro influenza. Un aspetto paradossale di questa situazione è che per Israele questa attività di lobbying avviene di fatto a costo zero, in quanto i benefici che essa procura superano largamente i suoi costi: infatti, se è vero che nel solo 2023 i contributi in oggetto hanno superato la soglia dei 40 milioni di dollari, in compenso gli aiuti militari forniti annualmente dagli USA ammontano ormai a diversi MILIARDI di dollari.
Questi due fattori - lobbismo e ricatto - hanno sicuramente un peso nel determinare l’orientamento dei politici americani; nondimeno, la loro capacità di condizionamento trova un limite nel fatto che essi agiscono in un ambiente segnato anche dall’influenza esercitata da soggetti imprenditoriali nazionali. Come abbiamo appena osservato, questi operano a propria volta quali finanziatori dell’attività politica; ma più in generale si può sostenere che i maggiori esponenti del capitalismo americano plasmano in profondità la vita pubblica nazionale, riuscendo anche a subordinare ai propri interessi l’amministrazione civile e militare (chi occupa posizioni di responsabilità in seno a queste ultime, infatti, tende a favorire le imprese private, nella speranza di vedersi successivamente offrire un incarico ben remunerato da parte di una di esse) e ad orientare l’elaborazione del pensiero politico nazionale da parte di università e centri studi (sempre tramite i propri finanziamenti). In un simile contesto, ben difficilmente il lobbismo pro-Israele potrebbe avere il successo che ha se sostenesse indirizzi non conciliabili con quelli indicati dal grande capitale nazionale: se così fosse, difatti, quest’ultimo identificherebbe i politici filosionisti come elementi ostili da neutralizzare, con le buone (sostenendo a suon di milioni, nelle tornate elettorali, candidati non legati a Tel Aviv) o con le cattive (ad esempio, facendo scoppiare ad arte degli scandali; in fondo, non c’è ragione di credere che i servizi israeliani abbiano il monopolio delle “trappole al miele”).
Concludiamo. Israele ha senz’altro la capacità di sfruttare per i propri scopi le modalità di funzionamento del sistema politico americano; ma quelle modalità esistono per mantenere quest’ultimo sotto il controllo del potere economico americano, ragion per cui non è pensabile che lo stato ebraico possa servirsene per portare avanti un’agenda in contrasto con gli interessi di quest’ultimo. La diffusione che sta avendo la teoria di un’America ridotta a burattino di Israele si spiega col fatto che essa costituisce una lettura di comodo: la destra populista americana vuole credere che sia l’influenza israeliana a rendere i politici statunitensi disinteressati al bene della nazione, poiché altrimenti sarebbe costretta ad affrontare la questione del ruolo profondamente negativo svolto dalle forze capitalistiche nella vita pubblica americana. E riconoscere, conseguentemente, ciò che avevamo rilevato nell’articolo del 21 novembre 2025: ovvero, che la conduzione di una politica finalizzata a rendere il popolo americano di nuovo prospero richiede preliminarmente una trasformazione del sistema politico in senso socialista. Capirete che non è proprio un boccone facile da mandare giù, per certa gente. E allora, trovare il coraggio di denunciare le ingerenze israeliane (perché - va riconosciuto - di coraggio ce ne vuole, da quelle parti, per fare una cosa del genere) diventa un modo per non dovere trovare il coraggio ancora più grande che servirebbe per puntare l’indice contro il capitalismo.
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