Tre dialoghi immaginari
Altra raccolta di scritti brevi, però assai diversa dalla precedente. Infatti si tratta di pezzi che si collocano a metà strada fra saggistica e narrativa, in cui espongo delle tesi ricorrendo allo strumento del dialogo tra due o tre personaggi. Il primo ha un carattere schiettamente autobiografico; il secondo vuole porre in evidenza un paradosso dei nostri tempi; il terzo interpreta gli eventi bellici di questi ultimi anni da un punto di vista un po’ diverso da quello che ho proposto nell’articolo precedente (provare a vedere le cose da differenti angolazioni è sempre un buon esercizio). Tutti hanno l’ambizione di offrire degli spunti di riflessione sulla situazione politica interna e globale.
1. Perché non sono un moderato
Un po’ di tempo fa, il caso mi ha fatto incontrare un vecchio amico, uno che si era trasferito altrove e con cui avevo allentato progressivamente i rapporti. Ci siamo ritrovati mentre lui era assieme a una persona che non mi conosceva, cui ovviamente mi ha presentato. Essendo tutti e tre appassionati di politica, questa è divenuta presto argomento di conversazione. Il mio vecchio amico è sempre stato un comunista, e ai tempi andati usava prendermi bonariamente in giro per il mio moderatismo; capirete perciò che è rimasto sorpreso nel sentirmi manifestare, in merito a varie questioni, delle opinioni piuttosto radicali.
“Scusa” mi ha chiesto, “ma tu non sei più un socialdemocratico? Eri tanto convinto.”
“Curioso” ha commentato l’altro. “Di solito, invecchiando, si diventa più moderati. Tu quindi, ormai, come minimo dovresti essere una vedova di Berlusconi.”
“In realtà, la mia indole è sempre quella di quand’ero giovane” ho obiettato. “Se devo parlare di politica in termini astratti, le mie posizioni finiscono ancora per risultare quelle di un socialista riformista. Però, nell’analizzare le situazioni concrete, cerco sempre di ragionare in termini realistici. E il mio realismo mi induce a ritenere che in questa contingenza storica, per fare le riforme, occorra prima fare la rivoluzione.”
“Sempre più curioso” ha detto l’amico del mio amico, guardandomi come si può guardare uno di quegli animali buffi che vivono solo in Australia. “Una volta tanti socialisti, e anche tanti comunisti, sognavano la rivoluzione, ma si adattavano a fare i riformisti, proprio perché la situazione concreta non lasciava loro margini di manovra più ampi.”
“Provo a spiegarmi. Per cominciare, oggi è praticamente impossibile, per un partito autenticamente progressista, vincere le elezioni. C’è da fare i conti col boicottaggio dei media, la disparità di mezzi finanziari e così via. In caso di necessità, il sistema può anche ricorrere a dei brogli: basta introdurre il voto elettronico, o ammettere il voto postale, e sotto questo aspetto per il governo si aprono immense praterie. Il caso statunitense insegna. Ma mettiamo pure che tu, socialista riformista” e a quel punto ho indicato il mio vecchio amico, il quale ovviamente ha fatto la faccia offesa, “riesca ad andare al potere sfruttando i canali della democrazia liberale. Bene! Come primo provvedimento tassi i grandi patrimoni, per finanziare la costruzione di scuole e ospedali. Ma che succede allora? Niente da fare, i loro titolari subito portano le proprie ricchezze all’estero. E se cerchi di migliorare la condizione dei lavoratori, limitando il loro sfruttamento? Altra sconfitta: scandalizzati per l’incremento di dieci minuti della pausa pranzo, gli industriali chiudono per riaprire all’Est. Allora poni dei limiti ai movimenti di capitali e stabilisci dazi doganali sui manufatti importati dai paesi che non rispettano i tuoi stessi standard sociali. Ritorsione immediata: i padroni fanno lo sciopero degli investimenti, per far salire la disoccupazione e rendere i sindacati più malleabili, in modo da ricreare in patria il basso costo del lavoro che non possono più andare a cercare all’estero. Nel frattempo, la finanza internazionale - che pure hai danneggiato con la tua politica fiscale - smette di acquistare i tuoi titoli di debito pubblico, per ridurti a più miti consigli. Allora, per tagliare il cappio che ti hanno stretto alla gola, fai default sul debito estero. Ma i governi dei paesi i cui operatori finanziari sono stati colpiti, su ordine di questi ultimi, ti impongono delle sanzioni. A quel punto, non per rappresaglia ma semplicemente per non colare a picco, sei obbligato a rifarti requisendo beni, titoli azionari e attività nazionali che fanno capo a soggetti stranieri. Nel frattempo gli organi d’informazione, che sono controllati dai nostri cosiddetti imprenditori, ti dipingono come un pazzo che sta distruggendo l’economia. Ti tocca prendere provvedimenti anche contro questi ultimi, per spuntargli le unghie, o quella parte del ceto medio che ha votato per te perché si sta impoverendo tornerà a fare blocco con le classi abbienti, sedotta dalla loro propaganda; e allora imponi tasse dagli effetti espropriativi sui loro profitti e patrimoni. A quel punto – ma guarda! – hai assunto il controllo di gran parte del sistema economico, e puoi approfittarne per rilanciare l’economia con un grande piano di investimenti. Ma nel frattempo le componenti impolitiche dello stato cosa fanno? Alta burocrazia, magistratura, élite militari… sta’ sicuro che le hai tutte contro: sono o non sono espresse dai gruppi sociali dominanti? Così, ti ritrovi a temere una manovra di palazzo, o un vero e proprio colpo di stato. E allora ti appelli ai tuoi sostenitori, organizzandoli in una milizia popolare in grado di incutere timore ai tuoi avversari. Ora ti senti più sicuro e puoi cominciare a ‘purgare’ gli apparati statali dai loro elementi più infidi. Ecco: sei entrato a Palazzo Chigi sentendoti l’erede di Franklin Delano Roosevelt, e ti ritrovi a emulare Josip Stalin. Perché, se per miracolo riesci ad arrivare al governo senza fare la rivoluzione, subito dopo, per governare sul serio, la rivoluzione la dovrai fare comunque. Questo perché nelle democrazie liberali il vero potere è il potere economico, non quello politico, e non ci sono elezioni che ti consentano di prendere il controllo del potere economico. In effetti, si può dire che la differenza di fondo fra i sistemi liberali e quelli autoritari non è che nei primi il popolo controlli le istituzioni politiche; è che le istituzioni politiche non sono le vere depositarie del potere e quindi le classi dominanti possono permettersi di lasciare che il popolo le controlli.”
L’amico del mio amico, ora, mi dava l’impressione di essere perplesso. “Quindi, in soldoni...” ha desunto dalle mie parole “tu sei un riformista, che si aspetta che il proletariato faccia la rivoluzione per consentirti di avere le tue belle riforme?”
“Beh, non proprio. Io effettivamente sono un riformista per indole, ma un riformista che vuol fare il massimalista. I riformisti veri cercavano un compromesso fra capitale e lavoro. Io mi sono convinto che oggi il compromesso è impossibile, poiché i capitalisti non sono più disposti a cedere un’unghia, e che pertanto, una volta preso il potere, bisognerà sottoporre il capitale al controllo dello stato, cancellando la classe dei capitalisti, o quantomeno la sua parte più potente e influente. Inoltre, i riformisti pensavano di dover giocare la loro partita seguendo le regole della democrazia borghese. Io vedo che ormai il gioco è truccato; bisogna provare lo stesso a giocare, perché conquistare il potere a mano armata non è proprio una passeggiata di salute, ma si deve essere pronti a ricorrere anche alla violenza. In alternativa alla partecipazione alle elezioni o in parallelo ad essa. Le due opzioni non si escludono a vicenda.”
A quel punto la conversazione è forzatamente cessata. Il mio amico, infatti, era arrivato a destinazione - l’avevo incontrato in strada - e non poteva trattenersi. Ci siamo ripromessi di non lasciare più passare tanto tempo senza rivederci, abbiamo controllato che i nostri contatti fossero sempre quelli che avevamo in agenda e ci siamo salutati calorosamente. Il terzo è andato per la sua strada, senza chiedermi nient’altro. Tutto sommato, credo di non essergli piaciuto granché. Forse mi sono rivelato troppo estremista, per i suoi gusti. O forse, tutto sommato, ancora troppo moderato. O magari... beh, troppo le due cose insieme. Comunque, si sa che legare con gli amici dei nostri amici, per qualche motivo misterioso, è spesso difficile.
2. Uno scherzo della memoria
Da qualche tempo mi succede una cosa strana. Avendo raggiunto la mezza età, non è infrequente che il mio pensiero si rivolga al passato: in modo automatico, senza cioè che io abbia consapevolmente deciso di farlo, ripesca dai cassetti della memoria qualche ricordo degli anni della mia infanzia o della mia prima giovinezza. La cosa strana è che, fra questi ricordi, se ne è insinuato uno adulterato. Si è manifestato la prima volta mentre parlavo con mio figlio dei rialzi dei carburanti. Lui mi ha chiesto se dipendevano dalla chiusura dello stretto di Hormuz. “Per niente!” ho ribattuto io. “Le compagnie petrolifere stanno vendendo prodotti ricavati dal petrolio che hanno acquistato prima dello scoppio della guerra, dunque a prezzi non ancora lievitati per sua causa. E’ pura speculazione: approfittano della crisi iraniana per accrescere i loro ricavi, contando proprio sul fatto che i meno informati - cioè, quasi tutti - riterranno responsabili degli aumenti gli eventi bellici. E infatti vedrai che i prezzi alla pompa, una volta aumentati, non scenderanno più, neppure quando la guerra sarà finita da tempo e ad essere venduta sarà la benzina tratta dal petrolio acquistato a prezzi tornati ai livelli pre-crisi.”
Mio figlio, indignato come solo un adolescente riesce ad esserlo di fronte a un’ingiustizia, ha allora domandato se si poteva fare qualcosa per porre fine a questa pratica. La mia risposta è stata, testualmente: “Basterebbe tornare al sistema che vigeva al tempo della mia giovinezza, negli anni Ottanta cioè. All’epoca, quando governavano i comunisti, queste manovre non erano realizzabili, perché il prezzo dei carburanti era stabilito dal governo.”
Mi sono reso conto subito che in ciò che avevo detto c’era qualcosa che non andava; ma mi ci è voluto qualche secondo per individuare l’errore. “Quando governavano i comunisti”... Come mi era salita alle labbra quella espressione?
Poco tempo dopo, il fatto si è ripetuto. Avevo cambiato il fornitore di elettricità, nella speranza (poi rivelatasi, ovviamente, vana) di pagare qualcosa in meno; e come sempre succede in questi casi, avevo cominciato a ricevere telefonate di persone che si spacciavano per operatori di fantomatici enti adibiti alla tutela dei miei interessi, le quali mi avvisavano che il mio vecchio contratto era rimasto in vigore e che per questo avrei subito una doppia fatturazione, a meno che non avessi disdetto sia quello che il nuovo, per passare a un altro gestore da loro indicato. Al termine di una settimana passata a subire chiamate del genere, ero decisamente esasperato. (Lo so, lo so, potrei non rispondere ai numeri sconosciuti; ma non ci riesco, il mio irragionevole ottimismo mi spinge ogni volta a credere che potrebbe essere la fortuna che bussa alla mia porta, l’occasione per conoscere il grande amore della mia vita, e così via sognando.) Così, dopo l’ennesimo tentativo di truffa, mi sono detto che quello stato di cose era una vergogna, e che i servizi essenziali dovevano essere forniti in regime di monopolio pubblico, come avveniva quando c’erano i comunisti.
Sono rimasto basito. Di nuovo con quel pensiero? Era assurdo... e anche ridicolo, considerato che una buona parte delle privatizzazioni e liberalizzazioni era stata compiuta proprio da una classe dirigente che si era formata nel PCI. E tuttavia, a quanto pareva, ormai quell’idea mi si era ficcata nella testa e non se ne voleva più andare.
E infatti così è stato. Ogni tanto, quando ero sovrappensiero, mi compariva nella mente l’immagine di un’Italia degli anni Ottanta governata dal Partito Comunista. E l’immagine, ogni volta, diventava più precisa. A un certo punto ho cominciato a ricordare che il paese nel quale ero cresciuto non era stato semplicemente la prima Repubblica, però col PCI al governo e la DC all’opposizione, ma un vero e proprio regime comunista, come quelli dell’Europa orientale. Comprenderete che la cosa mi preoccupava: era da interpretare come un principio di Alzheimer? O si trattava di un problema riguardante la psiche, anziché il cervello? Sperando che fosse giusta la seconda delle due ipotesi (sempre meglio scoprire di essere un pazzo lucido che uno sano di mente, ma destinato a rimbecillirsi), mi sono deciso a parlare con un amico che di mestiere fa lo psicologo. Questi ha trovato il mio caso molto interessante; in effetti, la sua soddisfazione professionale era tanto evidente da risultare quasi fastidiosa. Ne abbiamo discusso a lungo, e alla fine è pervenuto a una spiegazione che mi è parsa abbastanza plausibile.
Con il passaggio dalla prima alla seconda Repubblica si è avuto un cambiamento radicale delle finalità dell’azione politica. Mentre il ceto di governo che era stato al potere sino al 1992 aveva cercato di contemperare gli interessi dei più potenti gruppi di pressione imprenditoriali con quelli delle classi lavoratrici, quello che l’ha sostituito è risultato completamente asservito ai primi. Per oltre trent’anni abbiamo subito politiche socialmente regressive, perpetuate senza soluzione di continuità malgrado i ripetuti cambiamenti delle maggioranze parlamentari; politiche che per di più sono state sostenute da una pervasiva opera di propaganda, tesa a presentarle come necessarie, se non addirittura come giuste. La conduzione di tali politiche è così divenuta ‘la norma’, lo stato delle cose naturale, anche agli occhi di chi - quasi tutti, peraltro - lo trovava intollerabile; e chi ad esse si opponeva è stato considerato e ha preso a considerarsi un estremista, quasi un eversivo. Per effetto di ciò, il ricordo dell’epoca precedente a questa grande regressione, in cui lo stato controllava banche e industrie, regolava prezzi, moderava le dinamiche del mercato del lavoro, produce un effetto straniante: pare assurdo che quella fosse la normale politica della classe dirigente centrista di un paese capitalista, parte del blocco atlantico.
”...cosicché, la tua mente lavora per ricucire lo strappo che avverti fra la logica e la realtà” ha concluso il mio amico. “E lo fa creando un falso passato: dal momento che ti hanno ficcato in testa a forza il concetto che nel nostro sistema politico non esiste alternativa al liberismo, tu allora ti spieghi il fatto che un tempo si governasse in tutt’altro modo figurandoti che nell’Italia dell’epoca vigesse un sistema diverso: un regime comunista, per l’appunto. Tecnicamente, il tuo è un caso di delirio schizofrenico...”
“Oddio” ho esclamato.
”...ma in realtà non devi preoccuparti più di tanto. Un’aggiustatina al passato, più o meno rilevante, se la danno tutti, giunti a una certa età. La particolarità del tuo caso è che tu, invece di riscrivere la tua storia personale, per giustificare scelte sbagliate o azioni di cui avresti motivo di vergognarti, reinventi quella del tuo paese, per ripristinarne la coerenza interna; ma sarebbe molto più grave se la tua mente rifiutasse di riconoscere il mondo che ti circonda, costruendo al suo posto, ad esempio, una realtà alternativa in cui l’Italia è rimasta quella di quarant’anni fa.”
Confesso che ci ho fatto su un pensierino. “Dici? Però credo che vivrei più sereno.”
Il mio amico ha cacciato un sorriso cattivo. “Se lo dici tu... peccato che non si possa impazzire a comando. L’Italia del 2026, te la dovrai tenere così com’è. Oppure, se proprio ti fa schifo, dovrai impegnarti per riuscire a cambiarla.”
“Hai detto niente.”
“Lo so, è un’impresa talmente improba da potere davvero condurre un uomo alla pazzia. Ma è comunque un’impresa da tentare, se non si vuole rischiare di ammattire lo stesso, trovandosi a vivere da sani di mente - cioè da statalisti, keynesiani, socialisti, eccetera - in un mondo governato dai liberisti, ovvero da un’accolita di pazzi furiosi.”
3. L’alba della quinta guerra mondiale?
“Oh, ciao! Scusa, non ti ho visto perché ero troppo concentrato su di te.”
“Non ti preoccupare, come vedi il mio caffè è ancora tutto nel bicchie... come hai detto?”
“Ma sì; stavo leggendo il tuo ultimo articolo, e così, avendo gli occhi fissi sullo smartphone, non ti ho visto arrivare.”
“Ah, allora sei ancora più giustificato. Che te ne pare?”
“Mah, diciamo che mi ha convinto per due terzi.”
“Vuoi dire che, su tre pezzi, sei d’accordo solo con due?”
“Sì. Non condivido del tutto la visione che hai espresso ne ‘L’atto finale della quarta guerra mondiale’. Secondo me... è il mio telefono che sta squillando?”
“No. Comunque, se vuoi possiamo andare nella tua stanza.”
“Sì, grazie. Non che aspetti telefonate importanti; ma così ci sediamo. Dicevo, secondo me alla tua periodizzazione va aggiunta una fase ulteriore: sì, perché credo che siamo passati senza soluzione di continuità dal quarto a un quinto conflitto mondiale, di cui stiamo vivendo la fase iniziale.”
“Ah! E come sarebbe successo, secondo te?”
“Semplice. La classe dirigente statunitense si è resa conto per un verso di stare perdendo la propria presa sul mondo, a causa del declino economico del loro paese, e per l’altro dell’affermazione della Cina quale grande potenza. Pertanto, la finalità della sua politica di guerra è mutata: le aggressioni di cui si è resa responsabile negli ultimi anni sono state dirette non a realizzare un’espansione della propria sfera di influenza, bensì a contrastare l’ascesa cinese. L’idea che mi sono fatto è che gli USA, sapendo di non essere in grado di sostenere un confronto diretto con la Cina, stiano tentando di strangolarla dal punto di vista economico, colpendo i suoi partner commerciali. Infatti Russia, Venezuela e Iran sono tutti suoi fornitori energetici. E’ una strategia che ricorda quella portata avanti contro l’URSS: anche al tempo della guerra fredda gli Stati Uniti non provarono ad attaccare direttamente il nemico, giudicato militarmente troppo forte, ma provarono a contenerne la proiezione sulla scena internazionale, con le guerre in Corea e in Vietnam e i vari colpi di stato in giro per il mondo.”
“Uhm... sì, anche questa è una lettura plausibile degli eventi. Dunque, non la fine della quarta, bensì l’inizio della quinta. E ritieni che, sposando un simile punto di vista, si possano formulare delle previsioni diverse dalle mie, in merito alla dinamica futura degli eventi in corso?”
“Ecco, sull’argomento avevo proprio qualcosa da dirti. Secondo me, il fatto che gli Stati Uniti considerino la Cina un nemico esistenziale li renderà particolarmente accaniti nel combatterla. Pensa di nuovo alla guerra fredda: non hanno mollato l’osso per un quarantennio.”
“Però, adesso devono fare i conti con un’industria militare drammaticamente non all’altezza del compito. In questi ultimi anni, per effetto del sostegno all’Ucraina e della pur breve guerra contro l’Iran, hanno pressoché dato fondo ai propri arsenali. E non sono in grado di ricostituirli in tempi brevi.”
“Vero. E questo rende la situazione particolarmente pericolosa. Una classe dirigente per la quale piegare la Cina è questione di vita o di morte, ma che non dispone di una potenza militare convenzionale tale da consentirglielo, sarà fortemente tentata di fare uso delle proprie armi non convenzionali.”
“Ah! Beh, in effetti, io stesso avevo paventato la possibilità di un ricorso al nucleare, nell’articolo.”
“Sì, ma io mi spingo un po’ più in là, sostenendo che c’è una probabilità piuttosto alta che vi ponga mano. O, in alternativa, che decida di servirsi di altri strumenti non convenzionali, come le armi batteriologiche.”
“Anche se ciò significherebbe mettere in conto di dover subire una rappresaglia di eguale portata?”
“Credo che negli USA ci siano abbastanza rifugi per tutti. Per tutti gli alti dirigenti politici, per tutti i più importanti manager aziendali e per tutti i grandi detentori di capitali, intendo. L’idea che la contea di Hazzard o i quartieri residenziali di Springfield vengano nuclearizzati non deve turbare i loro sonni.”
“Quindi, secondo te a un certo punto, negli Stati Uniti, quelli che comandano si guarderanno in faccia e si diranno: ‘Non ce la facciamo. Se vogliamo vincerla, questa guerra, dobbiamo usare l’atomica. O il virus XY.’ E lo useranno direttamente contro la Cina? O immagini che si arriverà a questo tramite un’escalation? Per dire, prima un’atomica tattica sull’Iran, poi, avendoci preso gusto, una strategica su Pechino.”
“La seconda. Gli USA non riescono a sconfiggere neppure una media potenza, quindi la tentazione di violare i tabù l’avranno praticamente ad ogni tentativo di colpire un paese che controlla una risorsa naturale o una via di transito che serve ai cinesi. Una volta che l’avranno fatto, naturalmente, la Cina si sentirà in dovere di replicare con le stesse armi, per dimostrare di non essersi lasciata intimidire. Magari non attaccherà subito il territorio americano, ma qualche grossa base militare che gli USA hanno all’estero sì: in Giappone o in Corea del Sud, probabilmente, per quanto io non mi sentirei tranquillo neanche se vivessi a Ramstein, o ad Aviano. A quel punto Washington dovrà abbassare la cresta, oppure elevare ulteriormente il livello dello scontro.”
“Dannazione. E io che mi ero permesso, in chiusura, di avanzare una timida speranza circa un futuro di pace...”
“Oh, anche di quello volevo parlarti. Secondo me, la pace ce la possiamo scordare a prescindere. Voglio dire, anche qualora gli USA accettassero di bere l’amaro calice della sconfitta e si ritirassero entro i propri confini per curarsi le ferite, non per questo scomparirebbero le occasioni di conflitto. Anzi: il ritiro degli USA dalla scena internazionale farebbe venir meno la spinta a cooperare che in questi anni ha avvicinato paesi dagli interessi divergenti. Potrebbero così scoppiare tanti piccoli conflitti, e forse non soltanto piccoli. Tra le altre cose, non escludo una guerra tra Russia e Cina per la conquista della leadership planetaria, o anche soltanto per il controllo delle risorse naturali siberiane. Né ripetuti scontri tra francesi, inglesi, turchi, russi e cinesi per l’accaparramento di quelle africane. Per non parlare del Medio Oriente: lì una guerra atomica sarebbe pressoché inevitabile, poiché a Israele, perso l’appoggio americano, non rimarrebbe altro mezzo per contrastare i suoi nemici. Ma il tuo caffè non si sta freddando?”
“Te lo lascio: mi si è chiuso lo stomaco.”
“Mi dispiace. Ma io la vedo così.”
“Ho capito. Perdonami se non ti sto ancora a sentire, ma il tempo passa e oggi non ho ancora cominciato a guadagnarmi lo stipendio. Passa una buona giornata. Ah... ricordami di presentarti tutte le persone che mi danno del catastrofista.”

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